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Giustizia. I dati di una crisi in pieno atto !

Si fa un gran parlare, sulla scia dei gravi fatti di questi giorni, sull'efficienza della nostra giustizia e più in generale del sistema sanzionatorio-repressivo.
Forse ricordare qualche dato per non scivolare, solo sulla base dell'onda emotiva, ad analisi e soluzioni azzardate può essere utile.

Il più completo degli studi analitico-statistici effettuato in merito alla cosiddetto “pianeta giustizia” è costituito dal dossier dell’ISTAT dell’anno 2003, corredato da ben 226 pagine di dati, molte volte disaggregati regione per regione, ufficio giudiziario per ufficio giudiziario.

Cercherò di riassumere i dati che ritengo più rilevanti per fornire un’idea su quella che concepisco per adesso, genericamente, “la crisi della giustizia”.

Nei diversi Uffici giudiziari (dalla Procura del Tribunale in sede monocratica passando per quella del Tribunale in sede collegiale, al Tribunale dei Minorenni, sino alle Corti d’Appello, d’Assise e d’Assise d’Appello nonché alla Corte di Cassazione) sopravvengono circa 5 milioni di nuovi procedimenti penali (con l’iscrizione nel Registro Generale degli Indagati) ogni anno.

Si può immaginare che questi coinvolgano perlomeno il doppio di cittadini italiani tra imputati, persone offese e parti eventualmente costituitesi in giudizio a vario titolo.

Un vero “fenomeno di massa” se si riflette che la popolazione italiana è di poco più di 58 milioni di unità e che non sempre i procedimenti investono le medesime persone.


                       


Ogni anno, almeno sino al 2003, venivano esauriti dalla macchina della giustizia circa 4.900.000 procedimenti di cui solo poco più di 199.000 con sentenze di condanna.

La restante quantità (circa 4.700.000) costituiscono evidentemente sentenze di assoluzione, di estinzione del reato evidentemente in larga parte per prescrizione del reato stesso.

Rimangono come portato, ancora insoluto, cioè carico pendente per l’Amministrazione della Giustizia altrettanti quasi 5.000.000 milioni con una leggera tendenza, ma che pur sempre va aggravare una situazione certo già congestionata, a concludere meno procedimenti di quelli che invece vengono instaurati.

Ma l’analisi di quelle quasi 199.000, sempre sulla base del Rapporto ISTAT 2003, sentenze di condanna ci restituisce uno spaccato interessante sullo stato della giustizia: ben l’80 % riguarda condanne per pene inferiori o uguali ad 1 anno.

Si potrebbe dire, già, approssimativamente che la diagnosi sulla “Giustizia nel complesso” in Italia è quella di una Giustizia che riesce a condannare poco rispetto ai reati portati alla Sua attenzione e quando condanna lo fa per reati cosiddetti bagatellari, di poco conto, e per fattispecie lievi o particolarmente attenuate.

Quale corollario si potrebbe affermare che, invece, i reati più gravemente sanzionati dall’ordinamento finiscono nella maglie delle prescrizioni o delle assoluzioni ovvero, per questo, non vengono nemmeno denunciati ed indagati come si dovrebbe.

Andiamo a cerca di conferme in studi ed analisi magari meno sistematiche ma più recenti.

Nel corso dell’Inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2007 il Presidente della Corte di Cassazione, Gaetano Nicastro, nella sua Relazione sull’Attività Giudiziaria per l’anno 2006 - pur limitandosi ad analizzare i procedimenti innanzi al giudice di pace, tribunale in sede monocratica e collegiale, tribunale dei minorenni - ha sostanzialmente confermato nelle proporzioni, drammatiche, la mole enorme di decreti di archiviazione, sentenze di proscioglimento e di assoluzione e quelle di non luogo a procedere già nei primi gradi del giudizio pari a quasi 1.460.000.

Un altro dato sottolineato il Primo Presidente e cioè la giacenza media nei soli Uffici giudicanti altalenante intorno all’anno (300-400 giorni) per ciascun grado di giudizio a cui però, precisa lo stesso alto magistrato, “vanno aggiunti quelli necessari per le indagini ed i vari provvedimenti che precedono il giudizio”.

Ecco perché la proiezione di un processo penale - tra primo, secondo grado e giudizio di legittimità - della durata media di 7-8 anni nei casi migliori non è del tutto inverosimile tanto da giustificare per l’Italia il più alto numero di condanne, in Europa, dalla Corte di Giustizia Europea per la eccessiva durata dei processi.

Interessante, a conferma, è citare un esperimento recentissimo condotto da EURISPES presso la cittadella giudiziaria di Roma ove ha monitorato il campione di oltre 1600 processi penali e le relative udienze nel periodo tra Aprile e Maggio 2007.

I risultati appaiono sconvolgenti nella loro crudezza.

In una udienza mediamente solo 28, 6 % dei processi trattati si conclude con una sentenza (51, 4 % di condanne, 23, 1 % di assoluzioni, 21, 2 % di estinzione dal reato, in larga parte per prescrizione). Il 69,7 % dei processi trattati viene rinviato ad altra udienza (mentre 1, 7 % viene restituito al Pubblico Ministero per nullità procedurali): solo una piccola percentuale di rinvii è dovuta a legittimi impedimento dell’imputato o del difensore, la maggior parte è dovuta ad assenza del Giudice o a precarietà del Collegio Giudicante, a questioni di incompetenza territoriale o di incompatibilità del Giudice. Ben il 13, 4 % dei processi viene complessivamente rinviato per omessa o irregolare notifica della citazione all’imputato (7,8%), al difensore (3,6 %) o alla parte offesa (2%).”

Si conferma, dunque, un modello di procedimento/processo quello penale lento ed ingolfato che sembra premiare i reati più gravi - che si avviano nei vari stati e gradi del giudizio verso la prescrizione - e raggiungere con un minimo di efficacia solo, ed in minima parte, i reati più lievi e quindi i piccoli delinquenti.

Anche la popolazione carceraria prima dell’indulto del 2006 starebbe ad indicare proprio questo stato di cose.

Se si unisce questa crisi palese, poi, al dato allarmante per cui il quasi il 90 % dei reati denunciati a Forze dell’ordine e Magistratura rimane impunito poiché non si individua il colpevole allora ben si comprendono i risultati del paragrafo “La sicurezza e la fiducia nella giustizia” del Rapporto Italia 2007 dell’EURISPES.

Nello specifico è interessante occuparsi del sommerso: 1 reato su 4 non viene denunciato. “La presentazione di una denuncia non è sempre atto scontato, infatti nel 26, 8 % dei casi gli intervistati hanno preferito non sporgere denuncia, pur essendo stati vittima di un crimine.

Meno propensi a sporgere denuncia i giovanissimi” con una preoccupante percentuale del 58, 3 % e “coloro i quali hanno un’età compresa tra i 25 e i 44 anni (55,9 %). […] Tale scelta è dipesa soprattutto dal fatto che i danni subiti non erano gravi (52, 4 %). Negli altri casi è prevalso, invece, un atteggiamento di arrendevolezza nei confronti delle Forze di Polizia e del sistema giustizia.”

La norma, come disciplina generale del costume della società è stata rimpiazzata da un marcato soggettivismo, etico e comportamentale che […] corrode il concetto stesso di norma e lega i comportamenti degli individui a criteri di riferimento elaborati dai singoli.

Non manca, infatti, chi non ha sporto denuncia e ha preferito farsi giustizia da sé: ben il 14, 3 %. Il 7,9 % ha invece pensato che le Forze dell’Ordine non avrebbero fatto nulla ed un altro 7, 9 % ha affermato di essere scoraggiato da precedenti esperienze negative con le Forze dell’Ordine. Il 6,3 %, infine, non ha sporto denuncia per paura di ritorsioni.”

Dati questi che fanno emergere un avvio, però già strutturato, di traslazione dell’inefficienza del sistema giustizia ovvero del sistema repressivo - inteso in senso più ampio - in una perdita di credibilità agli occhi dei cittadini delle soluzioni poste in essere dall’ente statuale prima e dalle singole Istituzioni coinvolte, poi.

La maggior parte dei cittadini, il 21, 7 %”, infatti, per quello che attiene il sistema sanzionatorio e la cultura della legalità, “ritiene che la criminalità è alimentata dalle pene poco severe e dalle scarcerazioni facili attribuendo così grande responsabilità al sistema giudiziario. Il 16, 1 % manifesta atteggiamenti xenofobi e considera l’aumento del numero degli immigrati uno dei principali motivi di diffusione dei fenomeni criminali.”

Ma “Che l’Italia sia un paese in cui, nell’ultimo decennio, è tramontata un’idea condivisa di legalità è confermato da quanti affermano che all’origine della diffusione dei fenomeni criminali vi sia proprio la mancanza di cultura della legalità: la pensa così il 15, 6 % degli intervistati.”.

Pubblicato il 15/8/2007 alle 21.31 nella rubrica Legalità.

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