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Assoluto e relativo. Brevi (e modeste) riflessioni di mezz’estate.

Capita, nelle calde e lunghe giornate di mezza estate, soprattutto se si è rimasti in città per lavoro di assaporare, con maggiore lentezza e quindi profondità, letture che normalmente rischiano nella quotidianità di essere trangugiate “ad alta velocità”.

E’ successo anche a me riappropriarmi del mio tempo, leggere e rileggere uno stesso periodo, una stessa frase per coglierne gli aggettivi, le sfumature e i toni; anche quello, cioè, che ordinariamente sfuggirebbe.

Mina Welby chiude il suo intervento sul numero di Notizie Radicali cartaceo -in arrivo nelle case di molti radicali tra militanti e simpatizzanti o semplici sostenitori in questi giorni - con queste parole:

Per concludere, vorrà dire che anch’io, che appoggio l’eutanasia per quei cittadini che la chiedono un giorno, non avrò il funerale religioso. Ma preferisco avere il cuore aperto per chi chiede pietà negli ultimi istanti nella vita confidando nell’infinita misericordia di Dio.

Così il mio sguardo si può poggiare su quel gerundio applicato ad un esercizio di fiducia nei confronti di dio: non una fiducia passiva, statica ma una fiducia operosa conseguenza di una vita che si fa apertura alla “pietas erga lares”; alla donazione di qualcosa di sé innanzi alla richiesta di pietà da partedei malati terminali e di quelli che oggi sono nelle condizioni in cui era suo marito Piero.

Parole quella di Mina Welby capaci di farmi tornare, munito di una chiave semplice ma non banale, alla vita intesa come continua ricerca e come interpretazione e decodifica di segnali umani, morali, come capacità di intercettare vissuti, anche sofferenti e tragici, arricchita dalla possibilità e dalla voglia di consolare, con atti concreti, le richieste di soccorso.

Immersi, come siamo, nelle relazioni e nel relativo, quasi ontologico, delle nostre esistenze anche i fatti e gli accadimenti ci interrogano, ci pongono dubbi confidando che, infine, l’esito sia quello di essere stati in grado di concorrere ad organizzare le scelte più opportune, più amorevoli possibili. Allora sento che può avere più di qualche ragione il Cristopher Hitchens di oggi che nel suo libro “Dio non è un grande” (Einaudi Editore) ci ristora rispetto all’antropomorfizzazione dell’assoluto fornendogli il respiro del tempo, dello ieri, dell’oggi e del domani e in definitiva della storia, dell’evoluzione (che non cessa mai d’operare) del creato e di quello continua ad essere creato, non sempre consapevolmente, anche dall’uomo. L’’autore, ad un certo punto, fa dire all’insegnante Watts: “Vedete dunque, bambini, quanto Dio sia generoso e potente. Ha fatto gli alberi verdi, e il verde è il colore più riposante per i nostri occhi. Immaginate come sarebbe terribile se, invece, la vegetazione fosse tutta rossa o arancione” e al bambino in risposta: “Semplicemente sapevo … che gli occhi si erano adattati alla natura e non l’inverso.

Grazie a queste letture posso riscoprire, insomma, che l’uomo deve tornare a considerarsi parte attiva di tutto quello che lo circonda e che è (non in contraddizione ad eventuali disegni divini), protagonista parziale (proprio per questo nel campo dell’indagine attinente relativo) del meccanismo conoscitivo e, quindi, capace di fornire senso e valore alle cose a cui tenta di dare un nome, alle soluzioni che scopre, a quelli che pensa essere i migliori atti di generosità, in quel momento possibili, anche negli attimi più tragici.

Certo come a Mina Welby rimane l’attesa di un perdono, di un disegno divino di cui non è certa , ma di cui non rinuncia a prendere parte, e come il bambino sa, tramite l’atto – fondamentale - del vedere, di godere appieno dei colori delle cose che già ci sono anche l’uomo, in perenne ricerca di ciò che è meglio, sa non poter cogliere tutto il mistero, di dover ricercare, migliorare.

L’assoluto (ciò che è) così finisce per apparirmi - a differenza di come Santa Romana Chiesa vorrebbe farmi intendere - non in contraddizione col relativo ma qualcosa che da una parte lo comprende, in un modo inspiegabile, in tutte le dimensioni, compresa quella temporale, e dall’altra è capace di fornirne il significato, un piccolo significato utile all’esistenza umana.

D’altronde se l’ab solutus è ciò che è sciolto, privo da vincolo, capace di attraversare fluidamente l’umanità e ogni umanità, allora ogni dogma terreno, valevole erga omnes, che tentasse, invece, di ingabbiarlo potrebbe essere solo un vano e presuntuoso esercizio di “farsi divinità” sopra tutti, non semplicemente primus inter pares, ma di ergersi a portatore di verità rivelate, prive di ogni cammino di relazione, di dialogo, di ogni profondità e bellezza storica; qualità che, invece, possiedono le verità relative che dalle nostre limitate esistenze umane continuano ad essere viste, essere messe alla prova e in discussione, insomma continuamente rivelantesi.

Come laico, credo, non sia in contraddizione con credente.

Pubblicato il 7/8/2007 alle 18.59 nella rubrica Diario.

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