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Le insidie del dibattito politico italiano e radicale

Ci sono un paio di insidie che nel dibattito politico, ma anche in quello radicale, di queste settimane andrebbero valutate. Da una parte forme di “ripetizione coatta” nel modo di fare politica, stereotipi consolidati, indicati dal senso comune e, dall’altra, cambiamenti e forme che, repentini, possono celare l’insidia solo del “nuovismo” e che, quindi, in buona sostanza, sono predittivi di un’occupazione e di governo, solo un po’ più efficaci e quindi potenzialmente più pericolosi, di quello che esiste, del già consolidato.

Ho l’impressione, infatti, che sia in corso un’operazione, mediatico-informativa, volta a consolidare e, persino, strutturare lo sdegno populista nei confronti di tutta la classe politica attuale, già maturato nei primi anni novanta.

Tutto il capitolo dei cosiddetti “costi della politica” agitato come mera accusa generalizzante e riguardante esclusivamente “la casta” corre il serio rischio, insomma, da una parte di nascondere il fatto di tutto un complesso sociale, direi di un modo di funzionare del consenso (o del dissenso) democratico, intessuto di ordini, corporazioni di categoria, baronie burocratiche, corpi intermedi pubblici e para-pubblici, soddisfatto dalla moltiplicazione della spesa pubblica e dall’altra di colmare la distanza che vi è tra scandalo, ancora capace di suscitare riforme, e rassegnazione per lo stesso metodo democratico.

Credo, poi, che la rappresentazione costante e generalizzata di una politica, a destra come a sinistra, al governo come all’opposizione, incapace di portare a soluzione uno solo dei dossier nazionali ed internazionali sia solo idoneo (se non lo è già stato) di produrre una selezione al contrario: l’aumento esponenziale dei cittadini dimessi e di quelli assenti dalla vita dei partiti nonché, la consequenziale, restrizione delle pretese di informazione sulla opzioni politiche ma anche dell’attività delle massime istituzioni italiane.

Tanto sono tutti uguali” non è divenuta soltanto la frase tipica della chiacchierata da bar ma anche la parola d’ordine con cui le burocrazie e le “seconde file”, infinitamente più capaci e potenzialmente ricattatorie, liquidano il loro rapporto coi partiti e con la politica, in realtà per continuare a conservare o ampliare i privilegi di cui anche loro sono tributarie.

Bisogna essere molto prudenti quando questo può andarsi a saldare a vecchie o nuove campagne giudiziarie, grandi o piccoli scandali. Nella stragrande maggioranza dei casi, anche mediante apparenti modifiche normative dei sistemi elettorali, queste burocrazie non vogliono in realtà riformare, in radice, il funzionamento di una democrazia e di uno stato di diritto in senso più liberale e più socialista ma, semplicemente, vogliono perseverare loro stesse o lanciare una piccola o grande “opa” agli assetti esistenti, per scalare qualche posizione di vertice.

Innanzi, insomma, al manifestarsi di tante impazienze interessate, un anno è decisamente un brevissimo periodo in economia, figurarsi in politica.

Temo, quindi, che rispetto ai cinque anni di potenziale durata, sia ancora troppo presto per esprimere un giudizio netto sull’operato di un Governo e sulle prospettive di cambiamento che lascia intravedere nonché sulla nostra (radicale) prima e diretta partecipazione alla funzione esecutiva; a meno che non si voglia gravemente sottovalutare quel termine, quello dei cinque anni, valutato e voluto in Costituzione come tempo necessario per dare una minima continuità democratica (e sottrarsi ad ogni facile demagogia) alle esigenze di governo della cosa pubblica.

A ben guardare, a differenza solo di qualche mese fa, laicità e diritti civili, welfare e libertà non solo economiche, la questione dell’attivazione di strumenti di diritto internazionale quali garanzie di democrazia, pace e sviluppo, sono tutti temi radicali, liberali, socialisti e laici che sono ormai stati incardinati, senza particolare ostacolo da parte della maggioranza e del Governo di cui facciamo parte, nel dibattito pubblico del paese.

E’ vero ancora non sono andati a maturazione e sintesi nelle sedi proprie ma il dibattito continua o riemerge periodicamente anche per merito e meriti della baracca radicale o più, poeticamente, della galassia. Questo per ora, sapientemente, ha garantito l’alternanza: la progressiva ed ancora in corso definizione sociale di un “nucleo”, di un nocciolo duro di conflitto sociale e quindi di possibili riforme di reale alternativa. Certo oggi ne possiamo, ne dobbiamo, continuare a lamentare l’espropriazione e cioè la completa dissociazione tra il sostantivo e, persino, l’aggettivo “radicale” dagli obiettivi e dalle iniziative portate avanti per sostenere il percorso di riforma.

Certo oggi e a ragione possiamo lamentarci del Governo per la gestione del capitolo “Giustizia Giusta”: dalla difesa dell’indulto alla mancata amnistia passando per la “riformicchia” targata Mastella non è proprio quello che auspicavamo noi radicali; ma è un fatto positivo che anche di questo tema se ne continui a parlare, discutere e far emergere dati e casi eclatanti.

Per passare a cose più interne, il network di Daniele Capezzone rischia di costituire, in tal senso, un grave errore, di natura contingente.

Non tanto per l’assenza, nel suo manifesto, dei temi o delle iniziative politiche più storicamente e propriamente radicali ma quanto per la sua elaborazione complessiva.

Il presupposto, semplicistico e quindi dogmatico nonché, di converso, dogmatico perché semplicistico, di una politica (centrodestra e centrosinistra e tutte le relative loro articolazioni) tout - court incapace, vecchia e lenta approfitta di una suggestione di larga presa nella cosiddetta opinione pubblica.

Oggi, come nei primi anni novanta, è capace di suscitare immediati consensi ed adesioni: politica ad alta velocità appunto ma quando si tratterà di costruire ?

Basterà partire dall’aggregazione di soli insoddisfatti ?

Credo di no. Non sarà sufficiente ritengo, a quel punto nutrirli di sola demagogia, di efficacissimi, ma pur sempre tali, spot ed aforismi contro taluno o talaltro.

L’alta velocità della politica e la fluidità della comunicazione, potranno servire per trasportare o vendere merci ed anche idee ma difficilmente serviranno a crearne di nuove, ad elaborare analisi, progetti e strategie, a mutare scetticismi e rassegnazioni in soddisfazione per possibili percorsi riformatori.

Decidere, in democrazia, è soprattutto un processo dialogico, una procedura formale, non è semplicisticamente un atto di volontà individuale.

E’ ostinazione e pazienza, molte volte “mediaticamente” silenziose.

Questo sembra continuare a sottovalutare Daniele Capezzone con l’esperienza del suo network e addirittura con la sua incessante attività dichiarativa, progressivamente manifestatasi dal momento delle elezioni, così come a considerare già oggi esaurita ed improduttiva l’esperienza radicale di sostegno e partecipazione al Governo Prodi.

Al “profilo”, evocato dal Presidente della Commissione Attività Produttive, con cui si sta al Governo o in Parlamento - del quale poi peraltro molto viene istituzionalmente detto dal punto di vista normativo - preferisco la sostanza di una “visione frontale” che è soprattutto costituita dal rispetto delle forme e quindi delle solo opportunità che sono vigenti.

Tra queste il ruolo di primazia e di coordinamento politico del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Forme che poi possono non piacerci, possono essere inadeguate e persino contrarie al modello istituzionale anglosassone o ad un livello minimo di efficienza democratica ma, proprio, finché vigono debbono essere rispettate, magari per far maturare, nel paese, istanze reali di riforma.

D’altronde non eravamo proprio noi radicali ad affermare che la forza di questo regime viene proprio dalla capacità di non rispettare le norme che esso stesso si dà ovvero di essere tanto severissimo ed integerrimo con gli ultimi, i più deboli e gli esclusi quanto indulgente con i suoi più alti rappresentanti ?

No, contrariamente a quello che si possa pensare, non mi scandalizzo della possibilità che un parlamentare radicale, ove foss’anche confermato da dati ufficiali, collezioni una serie impressionante di assenze dall’attività d’aula anche eventualmente mediante l’uso distorto di appositi istituti.

Lo ritenevo e lo ritengo, in questa Italia di cui anche noi facciamo parte, sempre più probabile e possibile.

Mi meraviglio, semmai, che continui, da una parte, a sottovalutarsi, proprio dalla pattuglia parlamentare radicale nel suo complesso, quello che è divenuto, come repellente ogni utile frequentazione, il Parlamento e cioè una sorta di “votificio” dove, per questo ed in ragione di pessimi regolamenti, grandi idee, grandi scontri e – quindi - grandi individualità politiche stentano ad emergere ed essere valorizzate (anzi sono sistematicamente ignorate).

Mi meraviglio, semmai, che piuttosto di uno scontro aperto si tolleri e non solo eventualmente per il radicale Capezzone, che lo stratagemma dell’allegra “giustificazione” utilizzato per evitare questo appiattimento e “non senso” istituzionale ma anche per non perdere diarie ed indennità varie, divenga l’unico “moto di resistenza” utilizzato rigorosamente sottobanco.

Come, d’altronde, mi preoccupa che il fiorire del dibattito radicale (nel sito, nei forum e nelle mailing list) post Comitato mi restituisca una sostanziale incapacità di leggere attentamente la mozione di Marco Pannella.

Solo se, infatti, si ha la pazienza di leggerla nella parte più dispositiva ma, di più, di riascoltare il secondo intervento di Marco Pannella nel corso del Comitato si comprenderà che la mozione vuole proprio sublimare le eventuali logiche dei dossier contrapposti nonché dello sterile giudizio di partito sul grado di onestà di taluno piuttosto che di tal altro - purtroppo insediatesi anche al nostro interno - con la proposta/richiesta dell’attivazione di strumenti di monitoraggio e di conoscenza sull’attività di tutti i parlamentari della Repubblica; a garanzia del conoscere per deliberare, per primi, dei cittadini, a garanzia di tutti i parlamentari, dei Presidenti dei due rami del Parlamento e dei partiti ovvero delle coalizioni che quei parlamentari hanno concorso a candidare e far eleggere.

Invece, anche tra i radicali, impazza il dibattito (e quindi anche gli incitamenti da stadio o da spogliatoio) cieco tra quelli che si definiscono o vengono definiti pannelliani e quelli che si definiscono o vengono definiti capezzoniani, tra la curva sud e la curva nord. Ho l’impressione che sia lo scontro tra chi magari pensa che essere in un fronte o in un altro aiuterà, prima o poi, a spartirsi l’eredità informativa, politica ed economica del soggetto radicale.

E’ qualcosa che sta montando e che, osservo, è capace di andare di pari passo con la pigrizia nello studiare e nell’analizzare quello che viene messo a disposizione on line tra documenti, tra audio e audiovideo che riguardano non solo l’iniziativa radicale ma anche il dibattito interno.

E’ l’apoteosi del verosimile e del “sentito dire”, dell’interpretazione personale di frasi ed argomenti riferiti, di testimonianze indirette, di presunzioni e di ipotesi fantasiose, di quello che viene fatto vedere (nemmeno si è capaci di scrutare da soli) dal buco della serratura.

Così, in questi giorni, letteralmente fioriscono, in quantità che non riuscivo ad immaginare, i digiuni e l’invio lettere aperte a quello che viene definito il “leader maximo” Marco Pannella e a Rita Bernardini, le richieste di Comitati straordinari, ipotesi di contro-dossier e, d’altra parte, per difesa rispetto a questo stato del dibattito (che è stato capace di raccogliere ed elaborare proprio all’interno la stragrande maggioranza degli stereotipi con cui i media preferiscono descrivere noi, la nostra storia e Marco Pannella) la, quasi necessitata, chiusura.

Si rifanno vivi “compagni” (con molte virgolette), al centro come in periferia, che non vedono l’ora di affibbiare le proprie delusioni personali ai radicali che, indubbiamente, può affermarsi non abbiano distribuito posti e prebende in quantità, anzi hanno sempre chiesto sacrifici economici e personali solo per la soddisfazione e la felicità di veder realizzato qualcuno degli obiettivi di riforma e mantenere standard di democrazia e di stato di diritto costantemente sopra una soglia di accettabilità minima, e che sono prontissimi a lanciare sottoscrizioni contro questo modo, asseritamente “anticapezzoniano”, di gestire la cosa radicale.

E’ una degenerazione (una generazione di altro rispetto ad un dibattito aperto, duro ma sano) che non mi entusiasma, anzi mi deprime, e che sottovalutavo per dimensioni ma che, eventualmente, si è costituita come una brace capace di resistere sotto la cenere.

Una degenerazione che rischia di far dare il peggio di se stessi anche alle persone più equilibrate tra i radicali.

Intuisco che anche questo sia il rischio storico che corrono i partiti aperti, realmente democratici e in cui le capacità e le doti carismatiche di tutti debbono continuare ad essere valorizzate ma che soffre di una contaminazione rispetto ad un’Italia che “non è uno stato diritto e non una democrazia” per cui i carismi rischiano, in certi momenti storici, di non essere selezionati in base ai fini rispetto ai quali divengono esplicitamente strumenti ma solo tal quali.

La tentazione, con cui sto facendo i conti, potrebbe essere quella della fuga o, peggio, dell’arroccamento nostro, cioè mio e di buona parte dell’attuale dirigenza radicale, idoneo in realtà ad ottenere, non per meiosi ma solo per rottura e sfascio, una fine prematura dell’esperienza radicale italiana organizzata; credo, invece, proprio ora si debba avere la sapienza di rilanciare.

Non mi nascondo che c'è un modo di stare assieme, radicale, che deve essere indagato; quello stesso che ha portato Marco Pannella a dover difendere il neo segretario Daniele Capezzone dalle accuse, immotivate, della “prima ora” e, oggi, invece ad alimentare, direttamente o indirettamente, da vicino o da lontano, suo malgrado, l'equivoco di Marco Pannella che divora i suoi figli di partito compreso il suo prediletto Capezzone.

Poiché di una cosa sono sicuro. Se è vero che uno o più leaders sono capaci di portare, nella durata, un gruppo di uomini e di donne ad essere squadra ed ottenere risultati vincenti è pur vero che un leader o un gruppo dirigenti sono resi tali, per le loro qualità positive o negative, e quindi vengono forgiati da quell'insieme, proprio da quel collettivo che si trovano a frequentare. E non può escludersi che nel modo di vivere, interpretare e definire il suo ruolo in Capezzone abbiano inciso, negativamente, in qualche modo e - io ritengo - magari progressivamente sempre più in difesa, sempre più nell'ossessione che dietro ogni critica si celasse un attacco e sempre più isolato e in modo diffidente, quegli attacchi gratuiti dei primi mesi di segreteria da cui Marco stesso ha riferito di averlo dovuto difendere.

Credo, quindi, si debba procedere non ad un dibattito qualsiasi o sgangherato come quello che sta emergendo in queste ore, ma - accanto alle iniziative politiche in corso che abbiamo, di già, incardinato nel paese - proprio a partire dalla Segreteria, dalla Direzione e –poi - dal Comitato di Radicali Italiani e del Senato Radicale, in vista del prossimo Congresso di Novembre, al tentativo di valutare, da una parte e seriamente, le attuali condizioni economiche ed umane e l’esito di una campagna iscrizioni mai perseguita sino in fondo, e dall’altra, ci si debba assumere l’onere di elaborare una seria e rigorosa proposta di riforma statutaria di Radicali Italiani.

Solo così magari si potrà tentare, con fantasia ed originalità, di concorrere ad evitare di consegnare definitivamente la storia radicale (che è poi quella del Partito d’Azione, della Sinistra Liberale, de Il Mondo, della Rosa nel Pugno), l’Italia e l’Europa, ai “nuovismi” che incombono o alla definitiva strutturazione, per i prossimi anni, di un’alternanza senza mai alternativa, che è insediata nel nostro paese, perlomeno dal fascismo in poi.

Pubblicato il 31/7/2007 alle 22.55 nella rubrica Diario.

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