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socialradicale
14 giugno 2009
Il trasferimento del blog...

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politica estera
27 agosto 2007
Pena di morte... credo sia prudente riprendere il digiuno ad oltranza...

E' per queste notizie che provengono dal Texas in queste ore (per quelle che provengono dall'Iran e dalla Cina) e per l'assordante silenzio del Ministero degli Esteri italiano - a cui Marco Pannella ed Emma Bonino hanno scritto per tre volte senza avere risposta nemmeno da un usciere -, del silenzio dell'Unione Europea e del Presidente della Commissione Barroso, che credo sia necessario (prudente) riprendere l'iniziativa nonviolenta del digiuno di dialogo ad oltranza.


Credo sia prudente evitare la commissione dell'ennesimo "poi" mediante atti di pura omissione politico-isitituzionale.
Settembre è molto vicino. E' doveroso per l'Unione Europea e per l'Italia adempiere agli impegni votati dal Cagre e dal Parlamento italiano senza più rinvii. Presentare un testo di mozione che impegni i membri della Nazioni Unite al rispetto di una moratoria universale sulle esecuzioni capitali.
 
Ne stiamo discutendo con i compagni radicali. Vi terrò (-emo) aggiornati.

politica interna
26 agosto 2007
Uno scritto del nostro Gaetano Salvemini, un liberale antifascista doc !

La domenica è sempre dedicata alle letture più approfondite e meno sfuggenti.
Così capita di imbattersi in una traduzione dello storico antifascista e liberale Gaetano Salvemini, ispiratore e vicino alla politica del primo partito radicale, del 1935 tratto da una conferenza intitolata "Che cos'è la libertà ?" tenuta a Philadelphia. Ne ripropongo qualche stralcio poichè conserva una profondissima attualità (soprattutto - mutatis mutandis -per quello che concerne l'analisi del sistema informativo-mediatico).

"Si può essere liberali convinti eppure non sentirsi obbligati a considerare sacrosanta ogni istituzione libera e democratica. Quando furono create, le istituzioni democratiche si basavano sull'assunto che gli elettori avrebbero scelto come rappresentanti i migliori fra di loro, e che coloro che fossero stati eletti avrebbero fatto leggi e controllato l'operato dell'esecutivo nell'interesse della comunità. L'esperienza ha dimostrato che gli elettori raramente scelgono i migliori. Di fatto, essi scelgono normalmente i mediocri, a volte scelgono perfino i peggiori individui della comunità."




Quale una delle possibili cause secondo Salvemini ?

"Un secolo fa quando la libertà di stampa era ovunque una delle principali rivendicazioni dei liberali, qualsiasi gruppo di uomini dotati di talento e di una modesta somma di denaro poteva fondare un giornale e acquisire un'influenza nel paese proporzionale all'ingegno messo in campo. Era un periodo di libera concorrenza tra giornali quotidiani di piccole dimensioni. Ma negli ultimi cinquant'anni la stampa quotidiana è diventata una grande impresa capitalistica che richiede milioni di dollari per essere realizzata. Chiunque abbia i milioni necessari è quindi nella condizioni di inondare ogni giorno il Paese di tonnellate di carta stampata, anche se il suo genio consiste unicamente nello scoprire a quale genere di delitti o a quale tipo di gambe femminili sia più sensibile la parte meno istruita della popolazione.  [...] L'editore di uno di questi giornali può avvelenare la mente di un'intera nazione con articoli menzogneri o sopprimendo notizie. E' un despota, che non deve rispondere a nessuno per il modo in cui esercita la sua autorità; ha la libertà senza responsabilità."

"La stampa" (oggi potremmo agevolmente leggere tv, radio, cavo, satellite, gestori di motori di ricerca e aggregatori) "è ora una dittatura unica nel suo genere. Piantata nel mezzo delle libere istituzioni, le turba insidiosamente e le corrompe. La divisione dei poteri su cui in origine il governo libero è scomparsa, e il quarto stato, la grande stampa quotidiana, avendo sopraffatto tutti gli altri poteri - l'esecutivo, il legislativo e il giudiziario -, regna sovrana al loro posto.
L'onnipotenza della stampa è forse la malattia più pericolosa che affligga le libere istituzioni. Se la stampa quotidiana non fosse così corrotta e stupida (probabilmente più spesso stupida che corrotta), perfino il sistema della caccia al voto non funzionerebbe così male; e i deputati orientati da una stampa intelligente e onesta riuscirebbero a fare una figura migliore
."

SPORT
24 agosto 2007
Domani la serie A. Quando il calcio dovrebbe imparare dal rugby.

Mi capita raramente di vedere lo sport in tv. Non mi diverte più come mi divertiva un tempo, da adolescente. Eppure stasera, non essendoci molte alternative, mi sono soffermato su una partita internazionale di rugby.
Una cosa mi ha destato forte ammirazione: a fine partita i vincenti, in questo caso gli irlandesi, dopo aver dato il massimo in agonismo, formano una doppia fila lungo la via che conduce agli spogliatoi e aspettano gli sconfitti.



Li aspettano e, insieme al pubblico sugli spalti, gli tributano un applauso sentito.
Credo che sia una consuetudine nel mondo del rugby.
Un grande esempio di civiltà sportiva e siccome siamo arrivati al via del Campionato di serie A - magari per contribuire ad evitare che altri Raciti maturino nei nostri stadi o in loro prossimità - sarebbe bello che il calcio importasse questa bella prassi da questo sport non tanto conosciuto ma dove De Coubertain, evidentemente, deve aver fatto molta strada.


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politica estera
23 agosto 2007
Anche per Pegah Emambakhsh occorre rilanciare la moratoria sulle esecuzioni capitali !

Anche per Pegah Emambakhsh è necessario rilanciare l'iniziativa sulla moratoria internazionale delle esecuzioni capitali.
Chi è  Pegah Emambakhsh ?
Pegah Emambakhsh, una donna iraniana di quaranta anni, il cui crimine è quello di essere lesbica. Pegah Emambakhsh ha trovato rifugio nel Regno Unito nel 2005, in seguito all'arresto, alla tortura e alla condanna a morte per lapidazione della sua partner sessuale (non è chiaro, ad ogni buon conto, se la sentenza è stata eseguita o lo sarà in futuro). La sua domanda di asilo però è stata respinta: secondo l'Asylum Seeker Support Initiative di Sheffield, dove Pegah si trova rinchiusa in un centro di detenzione, quando le è stato chiesto di fornire le prove della sua omosessualità e lei non ha potuto farlo, le è stato riferito che doveva essere deportata. L'estradizione, che doveva avvenire oggi, all'ultimo momento è stata rinviata al 28 agosto: alla fine del mese potrebbe essere già morta.

Lapidare un uomo o una donna fino a farli morire può richiedere molto tempo, specialmente se coloro che scagliano le pietre desiderano di proposito prolungarne l'agonia. Il colpo di grazia alla testa, in grado di portare a uno stato di incoscienza o alla morte, può farsi attendere anche un'ora, mentre le pietre di piccole dimensioni che provocano contusioni sono rimpiazzate poco alla volta da pietre di dimensioni maggiori in grado di frantumare gli arti. Soltanto quando il corpo è in agonia in ogni sua parte può sopraggiungere la morte.



In Iran, come avevo scritto in un precedente post, si stanno moltiplicando le esecuzioni di condanne a morte nei confronti di oppositori al regime ma anche di lesbiche, gay e bisessuali, che sembrano essere caldeggiate dal governo e contemplate dalla religione.

Fra poco, in Settembre, il Governo Italiano, l'Unione Europea avranno una grossa occasione: quella di presentare, come già deciso in più sedi, alle Nazioni Unite - all'inzio della nuova sessione sui diritti umani, una mozione per la sospensione delle esecuzioni capitali in tutto il mondo.
Uno strumento in più con cui l'Iran dovrà fare i conti ma con cui dovranno confrontarsi anche tutti quei paesi che intendono estradare persone verso stati che continueranno ad eseguire sentenze di condanna a morte.

Un'iniziativa, portata vittoriosamente al voto, che potrà salvare la vita a Pegah Emambakhsh e alle altre e gli altri come lei.


SOCIETA'
22 agosto 2007
Un cane morso da un uomo e un albanese che blocca un ladro italiano.

 Credo lo dicano nei corsi di giornalismo. La vera notizia, lo scoop non è quello che ordinariamente avviene a cui, bene o male, la società si è assefuatta o ritiene nella norma.
Un uomo morso da un cane è una quasi trattata, nelle redazioni, come una non notizia a meno di non sfogliare un giornale di quartiere o parrocchiale.
Così come è normale aspettarci il peggio dalle nostre autostrade nei "fine settimana"; così come è ordinario che la domenica di ogni santo inverno si giochino le partite della serie A, che la Juventus, l'Inter e il Milan occupino le prime posizioni del campionato, e ne seguano trasmissioni calcistiche a pioggia.
Sono avvenimenti routinari che non fanno audience ovvero che fanno sempre la stessa prevedibile audience.
A questa categoria di fatti notiziabili, sempre alla stessa maniera, appartengono, come degli stereotipi sconfinanti nel pregiudizio, gli sbarchi di clandestini nelle nostre coste oppure l'ennesimo extracomunutario beccato a ravanare nel borsello del vicino, rigorosamente italiano, di autobus o nelle villette di campagna, di proprieta di un italiano, di una qualsivoglia provincia del bel paese.

Ma quando è un albanese a beccare un italiano intento a compiere un furto in appartamento, stamattina, siamo proprio di fronte ad una
notizia vera.  
Se avessimo la forza, tutti i giorni, di non farci travolgere dai pregiudizi e se il giornalismo italico fosse un'altra cosa rispetto a quello che è magari scopriremmo mille altre di queste altre chicche (capaci di disegnarci un'altra Italia). 

politica interna
12 agosto 2007
Prodi, D'Alema & co. (ministri dell'U.E) tutti a ripetizione da Amartya Sen

Domenica di letture su internet e sul supporto classico, quello cartaceo, è stata questa che va volgendo al termine (non prima di aver ascoltato la conversazione con Marco Pannella alle 22 su Radio Radicale); congiunte alla cura di questo (modesto) blog.
Avevo appena terminato, nella mia navigazione "molto poco navigata" di leggere questa bella recensione sul libro "Donne, diritti e democrazia" che mi son ricordato di dover ancora di sfogliare il supplemento domenicale del Sole 24ore, di solito adeguatamente fornito di suggestioni e riflessioni.

Su tre quarti della prima del supplemento campeggia il titolo di un articolo dell'economista indiano Amartya Sen: "India mia senz'anima", anticipazione dell'intero che uscirà per i sessant'anni dell'indipendenza dell'India.


Per me è tutto un programma. Per un radicale lo è: l'India è la madre di Gandhi (il cui volto compare sul simbolro del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito), della nonviolenza; l'India è un ex colonia inglese, "colonia" cioè non solo delle nefandezze di un'occupazione ma anche (o forse alla luce del tempo soprattutto) dei primi tentativi inglesi di democrazia. Non è poco per un partito che ha sempre lottato per la riforma anglosassone delle istituzioni. 

Non indugio e m'accorgo, leggendo, che il pezzo di Amartya Sen è di vero pregio.
L'India "Quando uscì dalla gabbia coloniale e si affacciò sulla scena internazionale nel 1947, l'India aveva una visione per sè e per il mondo: di pace, di democrazia, rispetto per le altrui libertà, reciproco aiuto nel perseguire questi scopi.".

Il meglio dell'economista indiano deve, però, ancora arrivare. Ci si avvicina quando tesse l'elogio del diritto all'ingerenza, soprattutto mediante il sostegno alla dissidenza nonviolenta e democtatica; proprio quello che aveva fatto l'India, alla fine dell'avventura coloniale.
"La qualità del movimento d'indipendenza, e in particolare la guida del Mahatma Gandhi, ci procurò un alto rango e alcuni doveri. [...] ... il Paese fece il possibile per i movimenti che volevano liberare le restanti colonie imperiali. Diede una mano all'African National Congress per mettere fine all'apartheid in Sudafrica. Operò per il giusto riconoscimento della nuova Cina da parte delle altre nazioni. [...] Fu al fianco degli oppositori della dittatura militare, nella vicina Birmania. Al dispetto dello scetticismo che oggi ci fa considerare l'idea di aiutare il mondo come una fase infantile i risultati non furono trascurabili. Non a caso non appena spezzate le catende del Sudafrica, Nelson Mandela compì in India il primo viaggio all'estero.

Ma Amartya Sen ritiene siano stati, soprattutto, la laicità e l'insediamento di un'informazione libera i requisiti interni perchè, poi, si potessero cogliere risultati diplomatici in campo internazionale (e in economia).
"La nostra democrazia è fiorente, le elezioni regolari e corrette, i media energici e liberi. Se sul laicismo incombe la minaccia di certi gruppi settari e dei governi regionali al loro servizio [...] in tutta l'India il sostegno alla laicità è stato reiterato più e più volte."

Cosa ha smarrito ora l'India, a sessant'anni dall'indipendenza, secondo Sen ?
Sarà un paradosso sentirselo dire proprio da un'economista ma gli indiani hanno "rapporti non più col popolo birmano in lotta per la democrazia, ma con i dittaori militari del Myanamar, al cui malgoverno tirannico vendiamo merci, alcune civili, altre militari. In competizione con la Cina, siamo pronti a fornire armi al regime militare del Sudan, complice di quelli che terrorizzano, violentano ed uccidono la gente nel Sud del paese. [...] Certo alziamo la voce per difendere la causa di alcuni Paesi in via di sviluppo. [...] I mercati sono spesso istituzioni utili, ma la responsabilità di determinare la nostra filosofia non compete a quei piccoli e comodi strumenti organizzativi.Si dà il caso che i primi campioni della logica dei mercati, da Adam Smith a Richard Cobden, ernao anche latori di una visione grandiosa, spesso egualitaria. [...] Cobden scriveva di fratelli che si scambiano i frutti del proprio lavoro mentre diventano superflui imperi, eserciti e flotte. L'idea avrebbe catturato la mente e il cuore dei popoli in tutti i continenti. Fase infantile ? Forse, ma quanti infanti ha saputo motivare in tutto il mondo !"

Che dire di più ? Nulla se non girare questo programma di governo, questo lucido programma di governo delle cose nazionali ed internazionali, per competenza all'Unione Europea, ai suoi Ministri degli Esteri e ai Capi degli Esecutivi !

SOCIETA'
12 agosto 2007
Biologico tutto... tranne...

E' un pò che ci vado pensando. Poi una domenica estiva, come questa, priva di grandi notizie e riflessioni prodotte da altri può essere d'aiuto a scrivere qualcosa sul mio diario.
Evidentemente c'è un percorso semantico che fanno le parole (prendendo a prestito il titolo di un film, non molto considerato in Italia, si potrebbe dire "La vita segreta delle parole") che viene sedimentato, nelle coscienze, grazie alla mole del consumo, per lo più incosciente, quotidano degli scritti e dei parlati (soprattutto televisivi).
L'aggettivo "biologico" è una di queste. Ci sono l'agricoltura e i prodotti alimentari biologici, i cosmetici biologici, il turismo biologico, le case costruite sulla base di criteri biologici, la autovetture biologiche, le centrali elettriche biologiche, le fonti biologiche....
Tutto biologico, tutto (ed è questa la sistematica connessione che c'è stata indotta) naturale, e naturalmente positivo.
Così ciò che viene aggettivato come "biologico" assume, per noi, una valenza familiare, rassicurante e consolatoria (tanto che nelle città si moltiplicano i negozi e nei supermercati gli scaffali dedicati ai prodotti che ci vendono anche il marchio "biologico").
"Biologico" è divenuto sinonimo di certezza di vita sana, efficiente, persino felice.
In quest'orgia volta consumare anche l'importanza di questa parola la sofferenza e la morte sono state completamente espunte dalla vita, dal vissuto e dal tempo biologico. In una parola semplicemente rimosse.

Esse o non ci sono oppure appartengono, interamente, al divino. Non è possibile per noi uomini e donne concepire e quindi vivere (non solo la sofferenza) ma persino nella sofferenza e negli attimi (o nei giorni) che ci conducono alla morte con le qualità che ha un uomo: la ricerca, la relazione con, la sperimentazione e di qualcosa di migliore, di meno tragico. Profittare della conoscenza, dunque, per conservare sino all'ultimo e per l'ultimo istante la possibilità di contatto umano positivo e fecondo che poi vuol dire far serbare un ricordo di noi non abbrutito dal dolore e dallo strazio.

Non è biologico (o è rimosso dal biologico), quindi, il prodotto umano (dunque vitale) storico della scienza che si occupa delle scelte della fine della nostra vita. Esse finiscono o forse sono, irreligiosamente e materialisticamente, affidate all'oscurità del mistero e del caso; molto più probabilmente alla decisione di altri rispetto al titolare della vita che soffre e che va verso il termine.

Ecco perchè è tutto biologico tranne il testamento.      
 

politica interna
10 agosto 2007
Esosa benzina. Una proposta (di legge) Capezzone e IBL

Qui di seguito il comunicato su una condivisibile, anche se finora elusiva rispetto al recupero delle mancate risorse a bilancio, proposta di legge presentata alla stampa dall'On. Capezzone e dall'Istituto Bruno Leoni. Mi auspico venga sostenuta e coltivata nel suo iter  parlamentare sin dalla presentazione in uno dei due rami, ma non sottovaluto che solo una maggiore concorrenza tra le sorelle petrolifere ed energetiche in genere (non dei rami che si occupano di ditribuzione) può da un lato diminuire il prezzo dei carburanti finiti; perchè da un lato l'esaurimento dei combustibili fossili e dall'altra l'inquinamento sono una realtà che devono spingere ricerca e produzione energetica verso forme alternative e miste di alimentazione anche delle autovetture private.    




'Il presidente della Commissione Attività produttive della Camera dei deputati, Daniele Capezzone, ha presentato oggi in conferenza stampa una proposta dell'Istituto Bruno Leoni e di Decidere.net sulla riduzione delle accise sui carburanti al livello minimo consentito dalla normativa comunitaria. Il taglio delle accise su benzina e gasolio, rispettivamente, a 0,359 centesimi per litro (contro 0,564 attuali) e 0,302 centesimi per litro (contro 0,423 attuali) potrebbe portare a un risparmio di 12,3 euro per pieno e 7,3 euro per pieno, rispettivamente. I dati sono disponibili sul sito dell'IBL a questo indirizzo (
PDF).

Dice Daniele Capezzone: "Sono da tempo convinto che il maggior problema italiano sia quello dell'imposizione fiscale: per un verso del suo livello abnorme, e per altro verso delle sue modalità spesso assai discutibili (specie se poco 'visibili' per il cittadino a cui lo stato continua a mettere le mani in tasca). La abnorme tassazione sulla benzina è esempio di tutto quest quasi il 60% del prezzo della benzina che se ne va in tasse, con scarsissima visibilità di questo prelievo per il contribuente (quanti conoscono queste cifre?). Ecco perché la proposta che oggi annunciamo con l'Istituto Bruno Leoni ha un doppio valore: di abbassamento del livello della vessazione fiscale, e anche di chiarezza e trasparenza a favore del cittadino-utente-contribuente".

Aggiunge Carlo Stagnaro, direttore Energia e ambiente dell'IBL: "secondo i risultati di un sondaggio, l'accisa sulla benzina è la tassa più odiata dagli italiani. Con buone ragioni: il nostro è un paese lungo e stretto, dove spostarsi significa necessariamente spostarsi in macchina. È questo che rende particolarmente odioso il dazio che lo Stato chiede ai cittadini. E, se è vero che il prelievo fiscale sui carburanti è in linea con la media europea, è anche vero che gli italiani hanno redditi inferiori rispetto alla maggior parte degli altri cittadini comunitari: l'asimmetria è davvero visibile, allora, nel senso che la quota di reddito disponibile è nel nostro paese inferiore. Ridurre il prelievo sulla benzina sarebbe un gesto di rispetto nei confronti dei contribuenti, e costringerebbe il settore pubblico a far fronte alle minori entrate effettuando tagli alla spesa. Solo in questo modo si potrebbe innescare quel circolo virtuoso di riforme di cui il paese ha un disperato bisogno".'

Aggiungo solamente una, meno condivisibile nello stile, dichiarazione sempre dell'On. Capezzone sul Ministro Bersani. 

DIARI
8 agosto 2007
Brevemente...

 Brevemente, devo averla sentita da qualche parte stamattina alla radio:

"Solo adesso comincio a capire di avere qualche lacuna alla mia ignoranza !"


Sottoscrivo e faccio mia.

CULTURA
7 agosto 2007
Assoluto e relativo. Brevi (e modeste) riflessioni di mezz’estate.
Capita, nelle calde e lunghe giornate di mezza estate, soprattutto se si è rimasti in città per lavoro di assaporare, con maggiore lentezza e quindi profondità, letture che normalmente rischiano nella quotidianità di essere trangugiate “ad alta velocità”.

E’ successo anche a me riappropriarmi del mio tempo, leggere e rileggere uno stesso periodo, una stessa frase per coglierne gli aggettivi, le sfumature e i toni; anche quello, cioè, che ordinariamente sfuggirebbe.

Mina Welby chiude il suo intervento sul numero di Notizie Radicali cartaceo -in arrivo nelle case di molti radicali tra militanti e simpatizzanti o semplici sostenitori in questi giorni - con queste parole:

Per concludere, vorrà dire che anch’io, che appoggio l’eutanasia per quei cittadini che la chiedono un giorno, non avrò il funerale religioso. Ma preferisco avere il cuore aperto per chi chiede pietà negli ultimi istanti nella vita confidando nell’infinita misericordia di Dio.

Così il mio sguardo si può poggiare su quel gerundio applicato ad un esercizio di fiducia nei confronti di dio: non una fiducia passiva, statica ma una fiducia operosa conseguenza di una vita che si fa apertura alla “pietas erga lares”; alla donazione di qualcosa di sé innanzi alla richiesta di pietà da partedei malati terminali e di quelli che oggi sono nelle condizioni in cui era suo marito Piero.

Parole quella di Mina Welby capaci di farmi tornare, munito di una chiave semplice ma non banale, alla vita intesa come continua ricerca e come interpretazione e decodifica di segnali umani, morali, come capacità di intercettare vissuti, anche sofferenti e tragici, arricchita dalla possibilità e dalla voglia di consolare, con atti concreti, le richieste di soccorso.

Immersi, come siamo, nelle relazioni e nel relativo, quasi ontologico, delle nostre esistenze anche i fatti e gli accadimenti ci interrogano, ci pongono dubbi confidando che, infine, l’esito sia quello di essere stati in grado di concorrere ad organizzare le scelte più opportune, più amorevoli possibili. Allora sento che può avere più di qualche ragione il Cristopher Hitchens di oggi che nel suo libro “Dio non è un grande” (Einaudi Editore) ci ristora rispetto all’antropomorfizzazione dell’assoluto fornendogli il respiro del tempo, dello ieri, dell’oggi e del domani e in definitiva della storia, dell’evoluzione (che non cessa mai d’operare) del creato e di quello continua ad essere creato, non sempre consapevolmente, anche dall’uomo. L’’autore, ad un certo punto, fa dire all’insegnante Watts: “Vedete dunque, bambini, quanto Dio sia generoso e potente. Ha fatto gli alberi verdi, e il verde è il colore più riposante per i nostri occhi. Immaginate come sarebbe terribile se, invece, la vegetazione fosse tutta rossa o arancione” e al bambino in risposta: “Semplicemente sapevo … che gli occhi si erano adattati alla natura e non l’inverso.

Grazie a queste letture posso riscoprire, insomma, che l’uomo deve tornare a considerarsi parte attiva di tutto quello che lo circonda e che è (non in contraddizione ad eventuali disegni divini), protagonista parziale (proprio per questo nel campo dell’indagine attinente relativo) del meccanismo conoscitivo e, quindi, capace di fornire senso e valore alle cose a cui tenta di dare un nome, alle soluzioni che scopre, a quelli che pensa essere i migliori atti di generosità, in quel momento possibili, anche negli attimi più tragici.

Certo come a Mina Welby rimane l’attesa di un perdono, di un disegno divino di cui non è certa , ma di cui non rinuncia a prendere parte, e come il bambino sa, tramite l’atto – fondamentale - del vedere, di godere appieno dei colori delle cose che già ci sono anche l’uomo, in perenne ricerca di ciò che è meglio, sa non poter cogliere tutto il mistero, di dover ricercare, migliorare.

L’assoluto (ciò che è) così finisce per apparirmi - a differenza di come Santa Romana Chiesa vorrebbe farmi intendere - non in contraddizione col relativo ma qualcosa che da una parte lo comprende, in un modo inspiegabile, in tutte le dimensioni, compresa quella temporale, e dall’altra è capace di fornirne il significato, un piccolo significato utile all’esistenza umana.

D’altronde se l’ab solutus è ciò che è sciolto, privo da vincolo, capace di attraversare fluidamente l’umanità e ogni umanità, allora ogni dogma terreno, valevole erga omnes, che tentasse, invece, di ingabbiarlo potrebbe essere solo un vano e presuntuoso esercizio di “farsi divinità” sopra tutti, non semplicemente primus inter pares, ma di ergersi a portatore di verità rivelate, prive di ogni cammino di relazione, di dialogo, di ogni profondità e bellezza storica; qualità che, invece, possiedono le verità relative che dalle nostre limitate esistenze umane continuano ad essere viste, essere messe alla prova e in discussione, insomma continuamente rivelantesi.

Come laico, credo, non sia in contraddizione con credente.

politica interna
4 agosto 2007
Droghe. Proibizionismo da mettere in discussione.

Ci sono almeno tre notizie, connesse tra loro, che stanno avendo un discreto spazio nelle cronache di questa estate.
La prima è quella relativa alla contro iniziativa messa in campo dai parlamentari dell’UDC innanzi a Montecitorio.


Colpiti, nelle loro convinzioni pubbliche e di più nelle loro tesi politiche, da quello che sembra essere accaduto qualche notte fa al loro ex collega di partito, l’On. Mele (in quella è passata nei giornali come “notte di sesso e di cocaina), hanno messo davanti a Montecitorio un camper. Dentro il camper chi lo voleva, tra i deputati, poteva effettuare un testi antidroga. Risultato: 122 parlamentari sottopostisi volontariamente a controllo, tutti negativi.

La seconda notizia è quella attinente all'approvazione del cosiddetto D.L. “Bianchi” in materia di sicurezza stradale. Tra le altre norme quelle che hanno destato l’interesse dei media, poiché connesse alla questione della grande quantità di vittime del fine settimana e dei notissimi esodi estivi, è l’inasprimento delle pene per chi si mette alla guida in stato di ebbrezza o sotto effetto stupefacenti.

La terza news, che mi preme sottolineare, è invece quella di cui, suo malgrado, è protagonista Don Gelmini. Nelle sue comunità si sarebbero compiuti nei confronti degli ospiti - molti dei quali lì presenti, per sfuggire l’esecuzione di una condanna connessa al consumo di sostanze psicoattive – degli abusi sessuali.

                        

                       
Tre notizie che apparentemente non si intrecciano ma che ci parlano della stessa realtà: quella di un’Italia che si occupa del problema droga con un approccio esclusivamente demagogico-proibizionista. Riassum - perchè si sa d’estate anche le opinioni si consumano più velocemente - e a tre notizie contrappongo tre considerazioni.

La prima. Giusto inasprire le pene per chi si mette alla guida in condizioni fisiche non adeguate perché ha bevuto troppo o perché l’hashish, la cocaina o qualche diavolo di pasticca esporrebbero gli altri utenti della strada alle sue disattenzioni o alla sua voglia di pigiare il piede sull’acceleratore oltre i limiti consentiti ma forse, più che inasprirle, la questione è quella consueta della “giustizia giusta” cioè aumentare i controlli e rendere effettive le sanzioni amministrative e penali che gia ci sono soprattutto quando a causa di uno stato alterato si è effettivamente provocato un incidente. La questione è poi dei controlli e cioè puramente tecnico-scientifica: l’adozione di metodiche (e ve ne sono) che selezionino nell’autista controllato solo un’intossicazione che sta producendo effetti di alterazione e non assunzioni lontane nel tempo che hanno smesso già da un po’ di produrre alcun tipo di sintomo sui sensi e sulla psiche.

La seconda. Il proibizionismo e cioè il divieto, rafforzato dalla recente “Fini-Giovanardi”, di ogni ipotesi commercio legale di sostanze stupefacenti non solo non ha impedito che le droghe (illegali e quindi sottratte ad ogni controllo e, quindi, più costose e pericolose) si diffondessero capillarmente, tra i giovani e persone più responsabili, in quanto a consumo ma, soprattutto, come il “caso Mele” starebbe lì a dimostrare, non si è intaccata, anche nei più piani alti, minimante la considerazione sociale sul valore (o sul disvalore) che ha il consumo o l’abuso di droghe.

La terza. Le accuse, è vero, su Don Gelmini sono tutte da dimostrare ma queste vengono dopo quelle di qualche anno fa relative alla altrettanto famosa San Patrignano. Una considerazione, quindi, seppure in punta dei piedi, però va fatta. Forse il modello “comunità coatta o conveniente”, quale unica alternativa all’ipotesi carceraria, come conseguenza del proibizionismo, non solo non è efficace ma rischia di far prolificare luoghi in cui tendono a perpetrarsi violenze e abusi anche, in buona fede, e cioè per perseguire finalità che si assumono buone ed alte (come la completa disintossicazione dalla dipendenza).

Il piano educativo – soprattutto per le nuove generazioni - su cui, invece, oggi si dovrebbe finalmente agire è, quello liberale nord europeo del binomio “libertà e responsabilità” rispetto al quale lo Stato interviene con la “forza” e con l’efficacia che merita solo allorquando l’uso di sostanze (oggi legali come l’alcool o illegali come le altre chiamate droghe) mette in serio ed imminente pericolo la vita, la salute o la libertà di altri rispetto all’assuntore (oppure e a maggior ragione quando il pericolo ha concretizzato un danno).

Altrimenti ? Altrimenti sta fermo è aspetta che ogni tipo di sbronza passi sul divano di casa.
Le altre sanzioni per chi poi finisce per abusare o divenire dipendente verranno dalla società: niente successo a scuola, tantomeno a lavoro nonchè difficoltà di relazione.
Insomma, senza proibizionismo, pure le famiglie avrebbero qualcosa da spiegare ai loro figli piuttosto che continuare a delegare il loro interesse, il loro affetto e il loro amore ai "verboten" dello Stato.

POLITICA
31 luglio 2007
Breve discorso intorno alle pensioni

Sarò breve, per scelta e perché non mi ritengo un economista. C'è da essere contenti del fatto che la questione delle pensioni sia al centro del dibattito e, persino, dello scontro politico di questi giorni. Eugenio Scalfari, mercoledì scorso, nel suo editoriale su “Repubblica” ha fatto menzione, addirittura di quelli che definisce padri del liberalismo italiano: non solo Luigi Einaudi ma anche Benedetto Croce, Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi. E' il frutto del nostro impegno in questa maggioranza e in questo Governo se Scalfari ha l'ardore di nominare qualcuno che ha molto a che fare con la storia radicale e con quella di Marco Pannella? Ho l'impressione che così non sarebbe stato senza il nostro determinante contributo all'alternativa prodiana.

Sabato mattina Giovanni Sartori sul “Corriere della Sera”, indirettamente, ha avuto modo di criticare questo giovanilismo imperante (a cui v'aggiungerei un "nuovismo" che ben poco di riformatore porta con sè). La chiosa sartoriana: "Ho conosciuto moltissimi maestosi imbecilli a tutte le età, così come persone che restano intelligenti a 90 anni" ha molto della parola ultradecennale di Marco Pannella. Anche questo è un indizio che va contro la nostra irrilevanza in questo momento storico.

Per durare e far avanzare i germi dell'alternativa bisogna però avere il coraggio di non arretrare, anzi è necessario rilanciare. Ora, infatti, si potrà aggiungere al nostro dibattito, quello radicale e non solo, solo un paio di libertà individuali? Al posto di incomprensibili scaloni e scalini, di patti tra generazioni con contraenti solo immaginari e di vincoli di bilancio nazionali ed europei si potrà pensare di cominciare a parlare agli italiani di libertà di iniziare e terminare il proprio lavoro o i propri lavori quando si vuole e quando si valuta opportuno o necessario per le proprie necessità ovvero progetti?

Si potrà parlare, loro, di libertà (e quindi responsabilità) di impiegare tutte le risorse economiche guadagnate o per un immediato investimento in benessere o per le più diverse forme di capitalizzazione e di accantonamento rigorosamente private per quando si smetterà di lavorare? Certo libertà il cui esercizio va introdotto, persino disciplinato, progressivamente e con eccezioni riguardanti i mestieri che comportano profili di pericolo per l'incolumità pubblica ma sempre meglio che continuare a parlare di obblighi d'età o scelte obbligate tra padrone, stato e fondi molto chiusi.

Altrimenti queste libertà di scelta, oggi e più ancora domani, continueranno ad essere privilegio - di fatto – solo di chi avrà avuto la possibilità durante il primo lavoro di creare le condizioni per ottenerne un secondo (magari subito dopo una baby-pensione) oppure di chi boiardo di stato o di parastato ovvero destinato a carriere automatiche non avrà problemi di usura, flessibilità, mobilità lavorativa e nemmeno di calcolo della pensione mensile sull'ultima retribuzione.


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POLITICA
31 luglio 2007
Le insidie del dibattito politico italiano e radicale

Ci sono un paio di insidie che nel dibattito politico, ma anche in quello radicale, di queste settimane andrebbero valutate. Da una parte forme di “ripetizione coatta” nel modo di fare politica, stereotipi consolidati, indicati dal senso comune e, dall’altra, cambiamenti e forme che, repentini, possono celare l’insidia solo del “nuovismo” e che, quindi, in buona sostanza, sono predittivi di un’occupazione e di governo, solo un po’ più efficaci e quindi potenzialmente più pericolosi, di quello che esiste, del già consolidato.

Ho l’impressione, infatti, che sia in corso un’operazione, mediatico-informativa, volta a consolidare e, persino, strutturare lo sdegno populista nei confronti di tutta la classe politica attuale, già maturato nei primi anni novanta.

Tutto il capitolo dei cosiddetti “costi della politica” agitato come mera accusa generalizzante e riguardante esclusivamente “la casta” corre il serio rischio, insomma, da una parte di nascondere il fatto di tutto un complesso sociale, direi di un modo di funzionare del consenso (o del dissenso) democratico, intessuto di ordini, corporazioni di categoria, baronie burocratiche, corpi intermedi pubblici e para-pubblici, soddisfatto dalla moltiplicazione della spesa pubblica e dall’altra di colmare la distanza che vi è tra scandalo, ancora capace di suscitare riforme, e rassegnazione per lo stesso metodo democratico.

Credo, poi, che la rappresentazione costante e generalizzata di una politica, a destra come a sinistra, al governo come all’opposizione, incapace di portare a soluzione uno solo dei dossier nazionali ed internazionali sia solo idoneo (se non lo è già stato) di produrre una selezione al contrario: l’aumento esponenziale dei cittadini dimessi e di quelli assenti dalla vita dei partiti nonché, la consequenziale, restrizione delle pretese di informazione sulla opzioni politiche ma anche dell’attività delle massime istituzioni italiane.

Tanto sono tutti uguali” non è divenuta soltanto la frase tipica della chiacchierata da bar ma anche la parola d’ordine con cui le burocrazie e le “seconde file”, infinitamente più capaci e potenzialmente ricattatorie, liquidano il loro rapporto coi partiti e con la politica, in realtà per continuare a conservare o ampliare i privilegi di cui anche loro sono tributarie.

Bisogna essere molto prudenti quando questo può andarsi a saldare a vecchie o nuove campagne giudiziarie, grandi o piccoli scandali. Nella stragrande maggioranza dei casi, anche mediante apparenti modifiche normative dei sistemi elettorali, queste burocrazie non vogliono in realtà riformare, in radice, il funzionamento di una democrazia e di uno stato di diritto in senso più liberale e più socialista ma, semplicemente, vogliono perseverare loro stesse o lanciare una piccola o grande “opa” agli assetti esistenti, per scalare qualche posizione di vertice.

Innanzi, insomma, al manifestarsi di tante impazienze interessate, un anno è decisamente un brevissimo periodo in economia, figurarsi in politica.

Temo, quindi, che rispetto ai cinque anni di potenziale durata, sia ancora troppo presto per esprimere un giudizio netto sull’operato di un Governo e sulle prospettive di cambiamento che lascia intravedere nonché sulla nostra (radicale) prima e diretta partecipazione alla funzione esecutiva; a meno che non si voglia gravemente sottovalutare quel termine, quello dei cinque anni, valutato e voluto in Costituzione come tempo necessario per dare una minima continuità democratica (e sottrarsi ad ogni facile demagogia) alle esigenze di governo della cosa pubblica.

A ben guardare, a differenza solo di qualche mese fa, laicità e diritti civili, welfare e libertà non solo economiche, la questione dell’attivazione di strumenti di diritto internazionale quali garanzie di democrazia, pace e sviluppo, sono tutti temi radicali, liberali, socialisti e laici che sono ormai stati incardinati, senza particolare ostacolo da parte della maggioranza e del Governo di cui facciamo parte, nel dibattito pubblico del paese.

E’ vero ancora non sono andati a maturazione e sintesi nelle sedi proprie ma il dibattito continua o riemerge periodicamente anche per merito e meriti della baracca radicale o più, poeticamente, della galassia. Questo per ora, sapientemente, ha garantito l’alternanza: la progressiva ed ancora in corso definizione sociale di un “nucleo”, di un nocciolo duro di conflitto sociale e quindi di possibili riforme di reale alternativa. Certo oggi ne possiamo, ne dobbiamo, continuare a lamentare l’espropriazione e cioè la completa dissociazione tra il sostantivo e, persino, l’aggettivo “radicale” dagli obiettivi e dalle iniziative portate avanti per sostenere il percorso di riforma.

Certo oggi e a ragione possiamo lamentarci del Governo per la gestione del capitolo “Giustizia Giusta”: dalla difesa dell’indulto alla mancata amnistia passando per la “riformicchia” targata Mastella non è proprio quello che auspicavamo noi radicali; ma è un fatto positivo che anche di questo tema se ne continui a parlare, discutere e far emergere dati e casi eclatanti.

Per passare a cose più interne, il network di Daniele Capezzone rischia di costituire, in tal senso, un grave errore, di natura contingente.

Non tanto per l’assenza, nel suo manifesto, dei temi o delle iniziative politiche più storicamente e propriamente radicali ma quanto per la sua elaborazione complessiva.

Il presupposto, semplicistico e quindi dogmatico nonché, di converso, dogmatico perché semplicistico, di una politica (centrodestra e centrosinistra e tutte le relative loro articolazioni) tout - court incapace, vecchia e lenta approfitta di una suggestione di larga presa nella cosiddetta opinione pubblica.

Oggi, come nei primi anni novanta, è capace di suscitare immediati consensi ed adesioni: politica ad alta velocità appunto ma quando si tratterà di costruire ?

Basterà partire dall’aggregazione di soli insoddisfatti ?

Credo di no. Non sarà sufficiente ritengo, a quel punto nutrirli di sola demagogia, di efficacissimi, ma pur sempre tali, spot ed aforismi contro taluno o talaltro.

L’alta velocità della politica e la fluidità della comunicazione, potranno servire per trasportare o vendere merci ed anche idee ma difficilmente serviranno a crearne di nuove, ad elaborare analisi, progetti e strategie, a mutare scetticismi e rassegnazioni in soddisfazione per possibili percorsi riformatori.

Decidere, in democrazia, è soprattutto un processo dialogico, una procedura formale, non è semplicisticamente un atto di volontà individuale.

E’ ostinazione e pazienza, molte volte “mediaticamente” silenziose.

Questo sembra continuare a sottovalutare Daniele Capezzone con l’esperienza del suo network e addirittura con la sua incessante attività dichiarativa, progressivamente manifestatasi dal momento delle elezioni, così come a considerare già oggi esaurita ed improduttiva l’esperienza radicale di sostegno e partecipazione al Governo Prodi.

Al “profilo”, evocato dal Presidente della Commissione Attività Produttive, con cui si sta al Governo o in Parlamento - del quale poi peraltro molto viene istituzionalmente detto dal punto di vista normativo - preferisco la sostanza di una “visione frontale” che è soprattutto costituita dal rispetto delle forme e quindi delle solo opportunità che sono vigenti.

Tra queste il ruolo di primazia e di coordinamento politico del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Forme che poi possono non piacerci, possono essere inadeguate e persino contrarie al modello istituzionale anglosassone o ad un livello minimo di efficienza democratica ma, proprio, finché vigono debbono essere rispettate, magari per far maturare, nel paese, istanze reali di riforma.

D’altronde non eravamo proprio noi radicali ad affermare che la forza di questo regime viene proprio dalla capacità di non rispettare le norme che esso stesso si dà ovvero di essere tanto severissimo ed integerrimo con gli ultimi, i più deboli e gli esclusi quanto indulgente con i suoi più alti rappresentanti ?

No, contrariamente a quello che si possa pensare, non mi scandalizzo della possibilità che un parlamentare radicale, ove foss’anche confermato da dati ufficiali, collezioni una serie impressionante di assenze dall’attività d’aula anche eventualmente mediante l’uso distorto di appositi istituti.

Lo ritenevo e lo ritengo, in questa Italia di cui anche noi facciamo parte, sempre più probabile e possibile.

Mi meraviglio, semmai, che continui, da una parte, a sottovalutarsi, proprio dalla pattuglia parlamentare radicale nel suo complesso, quello che è divenuto, come repellente ogni utile frequentazione, il Parlamento e cioè una sorta di “votificio” dove, per questo ed in ragione di pessimi regolamenti, grandi idee, grandi scontri e – quindi - grandi individualità politiche stentano ad emergere ed essere valorizzate (anzi sono sistematicamente ignorate).

Mi meraviglio, semmai, che piuttosto di uno scontro aperto si tolleri e non solo eventualmente per il radicale Capezzone, che lo stratagemma dell’allegra “giustificazione” utilizzato per evitare questo appiattimento e “non senso” istituzionale ma anche per non perdere diarie ed indennità varie, divenga l’unico “moto di resistenza” utilizzato rigorosamente sottobanco.

Come, d’altronde, mi preoccupa che il fiorire del dibattito radicale (nel sito, nei forum e nelle mailing list) post Comitato mi restituisca una sostanziale incapacità di leggere attentamente la mozione di Marco Pannella.

Solo se, infatti, si ha la pazienza di leggerla nella parte più dispositiva ma, di più, di riascoltare il secondo intervento di Marco Pannella nel corso del Comitato si comprenderà che la mozione vuole proprio sublimare le eventuali logiche dei dossier contrapposti nonché dello sterile giudizio di partito sul grado di onestà di taluno piuttosto che di tal altro - purtroppo insediatesi anche al nostro interno - con la proposta/richiesta dell’attivazione di strumenti di monitoraggio e di conoscenza sull’attività di tutti i parlamentari della Repubblica; a garanzia del conoscere per deliberare, per primi, dei cittadini, a garanzia di tutti i parlamentari, dei Presidenti dei due rami del Parlamento e dei partiti ovvero delle coalizioni che quei parlamentari hanno concorso a candidare e far eleggere.

Invece, anche tra i radicali, impazza il dibattito (e quindi anche gli incitamenti da stadio o da spogliatoio) cieco tra quelli che si definiscono o vengono definiti pannelliani e quelli che si definiscono o vengono definiti capezzoniani, tra la curva sud e la curva nord. Ho l’impressione che sia lo scontro tra chi magari pensa che essere in un fronte o in un altro aiuterà, prima o poi, a spartirsi l’eredità informativa, politica ed economica del soggetto radicale.

E’ qualcosa che sta montando e che, osservo, è capace di andare di pari passo con la pigrizia nello studiare e nell’analizzare quello che viene messo a disposizione on line tra documenti, tra audio e audiovideo che riguardano non solo l’iniziativa radicale ma anche il dibattito interno.

E’ l’apoteosi del verosimile e del “sentito dire”, dell’interpretazione personale di frasi ed argomenti riferiti, di testimonianze indirette, di presunzioni e di ipotesi fantasiose, di quello che viene fatto vedere (nemmeno si è capaci di scrutare da soli) dal buco della serratura.

Così, in questi giorni, letteralmente fioriscono, in quantità che non riuscivo ad immaginare, i digiuni e l’invio lettere aperte a quello che viene definito il “leader maximo” Marco Pannella e a Rita Bernardini, le richieste di Comitati straordinari, ipotesi di contro-dossier e, d’altra parte, per difesa rispetto a questo stato del dibattito (che è stato capace di raccogliere ed elaborare proprio all’interno la stragrande maggioranza degli stereotipi con cui i media preferiscono descrivere noi, la nostra storia e Marco Pannella) la, quasi necessitata, chiusura.

Si rifanno vivi “compagni” (con molte virgolette), al centro come in periferia, che non vedono l’ora di affibbiare le proprie delusioni personali ai radicali che, indubbiamente, può affermarsi non abbiano distribuito posti e prebende in quantità, anzi hanno sempre chiesto sacrifici economici e personali solo per la soddisfazione e la felicità di veder realizzato qualcuno degli obiettivi di riforma e mantenere standard di democrazia e di stato di diritto costantemente sopra una soglia di accettabilità minima, e che sono prontissimi a lanciare sottoscrizioni contro questo modo, asseritamente “anticapezzoniano”, di gestire la cosa radicale.

E’ una degenerazione (una generazione di altro rispetto ad un dibattito aperto, duro ma sano) che non mi entusiasma, anzi mi deprime, e che sottovalutavo per dimensioni ma che, eventualmente, si è costituita come una brace capace di resistere sotto la cenere.

Una degenerazione che rischia di far dare il peggio di se stessi anche alle persone più equilibrate tra i radicali.

Intuisco che anche questo sia il rischio storico che corrono i partiti aperti, realmente democratici e in cui le capacità e le doti carismatiche di tutti debbono continuare ad essere valorizzate ma che soffre di una contaminazione rispetto ad un’Italia che “non è uno stato diritto e non una democrazia” per cui i carismi rischiano, in certi momenti storici, di non essere selezionati in base ai fini rispetto ai quali divengono esplicitamente strumenti ma solo tal quali.

La tentazione, con cui sto facendo i conti, potrebbe essere quella della fuga o, peggio, dell’arroccamento nostro, cioè mio e di buona parte dell’attuale dirigenza radicale, idoneo in realtà ad ottenere, non per meiosi ma solo per rottura e sfascio, una fine prematura dell’esperienza radicale italiana organizzata; credo, invece, proprio ora si debba avere la sapienza di rilanciare.

Non mi nascondo che c'è un modo di stare assieme, radicale, che deve essere indagato; quello stesso che ha portato Marco Pannella a dover difendere il neo segretario Daniele Capezzone dalle accuse, immotivate, della “prima ora” e, oggi, invece ad alimentare, direttamente o indirettamente, da vicino o da lontano, suo malgrado, l'equivoco di Marco Pannella che divora i suoi figli di partito compreso il suo prediletto Capezzone.

Poiché di una cosa sono sicuro. Se è vero che uno o più leaders sono capaci di portare, nella durata, un gruppo di uomini e di donne ad essere squadra ed ottenere risultati vincenti è pur vero che un leader o un gruppo dirigenti sono resi tali, per le loro qualità positive o negative, e quindi vengono forgiati da quell'insieme, proprio da quel collettivo che si trovano a frequentare. E non può escludersi che nel modo di vivere, interpretare e definire il suo ruolo in Capezzone abbiano inciso, negativamente, in qualche modo e - io ritengo - magari progressivamente sempre più in difesa, sempre più nell'ossessione che dietro ogni critica si celasse un attacco e sempre più isolato e in modo diffidente, quegli attacchi gratuiti dei primi mesi di segreteria da cui Marco stesso ha riferito di averlo dovuto difendere.

Credo, quindi, si debba procedere non ad un dibattito qualsiasi o sgangherato come quello che sta emergendo in queste ore, ma - accanto alle iniziative politiche in corso che abbiamo, di già, incardinato nel paese - proprio a partire dalla Segreteria, dalla Direzione e –poi - dal Comitato di Radicali Italiani e del Senato Radicale, in vista del prossimo Congresso di Novembre, al tentativo di valutare, da una parte e seriamente, le attuali condizioni economiche ed umane e l’esito di una campagna iscrizioni mai perseguita sino in fondo, e dall’altra, ci si debba assumere l’onere di elaborare una seria e rigorosa proposta di riforma statutaria di Radicali Italiani.

Solo così magari si potrà tentare, con fantasia ed originalità, di concorrere ad evitare di consegnare definitivamente la storia radicale (che è poi quella del Partito d’Azione, della Sinistra Liberale, de Il Mondo, della Rosa nel Pugno), l’Italia e l’Europa, ai “nuovismi” che incombono o alla definitiva strutturazione, per i prossimi anni, di un’alternanza senza mai alternativa, che è insediata nel nostro paese, perlomeno dal fascismo in poi.


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politica interna
12 novembre 2006
Casa Pannella e Radio Radicale: dawmedia è veramente tutto qui ?

Allora vediamo di far chiarezza. In merito al famigerato montaggio del filmato Casa Pannella (tra l'altro grazie all'acquisizione di filmati integrali della direzione di Radicali Italiani) il blog di dawmedia (daw.ilcannocchiale.it) lamenta una censura che, nei fatti, non c'è. I responsabili del sito di Radio Radicale e quelli della licenza di Creative Commons Italia si sono esclusivamente limitati a chiedere, consì come previsto dal contratto, di far menzione della fonte e di linkare il risultato dell'opera dell'ingegno alla versione originale da cui si è tagliato e cucito, anche al fine dei veder onorati i reali contenuti politici e quindi d'immagine dei diversi protagonisti della vicenda radicale. Da qui alla censura ce ne passa caro responsabile del blog dawmedia ? E' veramente tutto qui ?
Poco, molto poco. Perchè nella polemica sollevata dal resposanbile del filmato Casa Pannella è assente ogni considerazione che non sia quella banalmente giornalistica, di questo pessimo giornalismo italiano, "dell'cane che morde l'uomo".  

                        Studio Aperto su Casa Pannella (clicca)

Di quale altro partito Daw potrebbe generare un filmato come quello di Casa Pannella ?
Sa Daw indicare un altro partito rispetto al quale ogni utente, ogni cittadino può conoscere e, con ogni evidenza, giudicare tutte le riunioni di direzione pre-congressuali e congressuali oltre che tutto lo svolgimento del congresso compresi i lavori in commissione ?
Potrebbe Daw degnarci, uscendo dalla banalità rappresentativa che il regime fa storicamente delle cose e delle iniziative radicali, anche di uno studio che indaghi il rapporto che esiste sulla possibilità di conoscere ogni momento formale della vita del movimento di radicali italiani e quello che il suo è un congresso annuale (ripeto annuale) di iscritti (ripeto di iscritti e non di delegati)e a cui ci si può iscrivere anche nel corso delle giornate congressuali ?
Certo è chiedere troppo a questa finzione di democrazia che è, proprio, nel democraticismo del vedere uno scandalo dove proprio non c'è e continuare a guardare dal buco della serratura di una porta a vetrata incastonata in una autentica casa di vetro come quella radicale.
Buena suerte dawmedia ! 




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POLITICA
11 novembre 2006
Dopo una settimana il congresso di Radicali Italiani visto dal suo negativo

Con un articolo tratto direttamente dal giornale telematico Notizie Radicali di ieri riprendo a coltivare il mio blog con maggiore assiduità.

"Tento di fugare ogni dubbio. Non è una delle tante letture pessimistiche che circolano sul congresso di Radicali Italiani; anzi. Piuttosto un esperimento per provare a leggere qualche suo fotogramma "alla rovescio".

Il lavoro di un fotografo in una camera oscura: tirar fuori, per prima cosa, un'immagine al negativo che tenta di evidenziare alcuni dettagli, alcune sfumature e letture (poco convenzionali) che rischierebbero di passare, invece, sottotraccia rispetto ad una raffigurazione al naturale.

 

Pannella.

Un discorso bello il suo. Pochi applausi è vero. Ma un dato è certo: anche molti tra i radicali non riescono (più) a comprenderlo.

Per questo credo sia una costante opera maieutica quella in corso, a partire dalle conversazioni domenicali con Massimo Bordin, quella voluta da Marco; costantemente proseguita nei congressi e nei comitati dei vari soggetti radicali. 

Anche noi dopo qualche decennio di semplificazioni abbiamo perso il gusto della complessità: consumiamo politica e ci vanno bene gli aforismi e gli spot (strappa-applausi) capezzoniani. Ci vanno bene solo quelli per lo stesso motivo per cui Daniele Capezzone stesso ci avverte che, rientranti nella stragrande maggioranza degli italiani (80%) che scelgono la tv generalista, un prolungato periodo di esposizione a questa dieta mediatica può avere mutato la concezione di quella che è la normalità della politica, del suo dibattito e persino della sua agenda (totalmente a-culturale).

Anche lo stesso movimento radicale ed a maggior ragione a causa della sua apertura e penetrabilità dall’esterno non è immune da quelle derive che solo la mancanza di legalità dell’informazione, l’assenza di democrazia e di diritto possono provocare.

 

Facciamo la tara delle sue difficoltà dovute all'età. Facciamole pure. Ma le parole, i suoi significati, le connessioni di Marco Pannella sono sempre meno orizzontali. Una verticalità che necessita un riascolto che apre alle sinapsi a dei collegamenti che gravitano tra storia, cultura, politica, recente e passato. Suggestioni, ricordi, chiavi di lettura per il presente in un pentagramma che va suonato come una sinfonia, meglio un brano jazz, con dissonanze ma con un ritornello appena percettibile. 

Certo che noi congressisti non abbiamo suonato; non suoniamo noi insieme a lui, perchè al massimo siamo abituati, da questa politica che a me non piace, alla canzonetta pop (orecchiabile, radiofonica ma che dura una stagione) e cioè ai pastoni (semplicistici) dei telegiornali e degli approfondimenti "per nottambuli".




Invece l’apertura che non ti aspetti: Sergio Stanzani, l'Ugi, l'Unuri e la goliardia, quell'unità studentesca della sinistra e del centro (al netto dell'estremità e degli estremismi massimalisti costituiti dalle destre fasciste e dalle sinistre comuniste) era già una Livorno alla rovescia?

Un invito ad una Rosa del Pugno possibile, contro una Rosa nel Pugno probabile? C'era, persino, anche il cattolicesimo liberale, enaudiano, in quella realtà politica ed universitaria!

Io leggo così le evocazioni pannelliane e mi metto alla ricerca; le collego, così, al pianto e alla masturbazione solitaria in camera d'albergo del fallimento di quell'esperienza universitaria unitaria, narrati da Pannella nell’ultimo Comitato di Radicali Italiani prima del Congresso che negli anni sessanta non è riuscito più a farsi comprendere da quelle assisi.   

E mi appare pure una legittimazione teorica e un invito poderoso rivolto  a Capezzone a non demordere per il tavolo dei volenterosi (a cui pure i cattolicissimi Rotondi e Tabacci partecipano); a renderlo progetto, aggiustato, ma di durata e di risultato. 

“Daniele lascia stare i comunicati ad horas, le partecipazioni markettare o a “Domenica In” su reality e dintorni, ma fatti forte dell'ostracismo, persino prodiano, e lavora e lavora: è la durata la cifra radicale” sembra comunicare Marco partendo, nel suo discorso, dalla sua infanzia politica. 

Capezzone è un potenziale leader non radicale ma di questo paese; Pannella lo sa e, forse, lo allena o, forse, vuole da lui di più, scongiurando la sua dissipazione mediatica e quindi politica.   

Leggo così Pannella? E' troppo o troppo poco? Sempre meglio che i mugugni congressuali.




Continuo a pensare che se Marco potesse parlare per un'ora, anche in contraddittorio con un altro, in prima serata su Rai Uno o Canale Cinque, sarebbe in grado di bucare il video, non per simpatia o telegenica, ma perché sarebbe capace di smuovere le budella del vissuto di ciascuno di noi. D'altronde l'esperienza, come dice lui, è un fatto interiore.

 

Pannella, Pierluigi Battista, il suo articolo e il “Corriere della Sera”.

Il fondo di un giornale che definisce già ex-segretario quello che il congresso deve ancora sancire costituisce l’evidenza di un’operazione politica in corso. Pannella ci dice che Paolo Mieli è abituato ad evocare e provocare quel che gli serve, quello che conviene che divenga realtà. Fa il paragone con l'Ungheria, i carri armati dei fratelli comunisti, i martiri combattenti e la voluta martirizzazione dell’ancora segretario di Radicali Italiani. 

Il congresso potrebbe smentire il “Corriere” ma non lo fa (tranne che con gli applausi), non ha ancora la forza di smentire il “Corriere” (e quello fortemente voluto da Pannella). Vince lui, vince Marco, di più: il suo tentativo di rilanciare le ragioni dialogiche della Rosa nel Pugno; lancia una sfida al congresso che nemmeno se ne accorge.

Ma non perde nemmeno Capezzone che è ormai a pieno titolo, grazie a Pannella, nel trittico dei leader storici ed in attività dell'area radicale. 

Ironia, semplice coincidenza o necessità autenticamente riformatrice della politica italiana ma un altro trittico, tutto al femminile, diverrà, infatti, protagonista del congresso e, credo, dell’attività futura del movimento.


Politica.

Tutta da costruire e da immaginare. In realtà la mozione è capezzoniana (scritta proprio da Capezzone dopo l'ultima accesa direzione terminata alle 3 di notte dell'ultima giornata congressuale) ma sembra, nel dispositivo, per puntualità e concretezza (ed esauribilità in un limitato spazio di tempo) la deliberazione di un'assemblea di condomini (1,2,3,4,5,6,7 punti da porre subito in un incontro con Prodi).  



 

Giustamente dopo l'incontro con Romano Prodi, i Radicali Italiani di Rita Bernardini dovranno ri-costruire il loro contributo per l'alternativa, il loro modo per contribuire al rilancio per il progetto della Rosa nel Pugno ma soprattutto rafforzare il sostegno in termini  di adesioni e sottoscrizioni al movimento; e magari offrire in dono questa nuova o rinnovata forza alla pattuglia parlamentare e ad Emma Bonino, ministro radicale, serio, rigoroso, paziente e costante, la cui attività dovremmo imparare a saper valorizzare e contrapporre, molte volte, ad un consiglio dei Ministri squaternato o a Ministri in preda ad ansie da differenziazioni rispetto alla collegialità determinata dalle attuali capacità o volontà del presidente Prodi.




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20 giugno 2006
Carceri: un vero e proprio girone dantesco.

Non è notizia, di questi tempi, da riempire le prime pagine.

Tutti incollati al video per seguire le disavventure giudiziarie del detenuto eccellente di casa Savoia oppure inframezzare le partite dei mondiali con la ennesima finta rivelazione delle telefonate della vituperata ditta Moggi & co.; ma una realtà ben più grave rischia, come al solito, di passare inosservata: quella di una incredibile situazione carceraria che non riguarda, lo sospettiamo, i detenuti di rango reale.

Qualche dato di cronaca potrebbe aiutare a descrivere una situazione da terzo mondo o, se preferite, da paese dittatoriale.

Lo stesso Dipartimento Amministrazione Penitenziaria del Ministero di Giustizia, del resto, parla di situazione diventata vera e propria emergenza: otto detenuti su dieci non hanno la doccia nella propria cella; il 70 per cento non ha lacqua calda, e su oltre 61.392 detenuti, solo per 46mila previsto un posto letto.

Secondo gli ultimi dati disponibili (aggiornati allaprile 2006) quasi tutti gli istituti di pena risultano avere un numero di detenuti superiore alla capienza ottimale; un sovraffollamento che non si registrava da quindici anni a questa parte, e che negli ultimi mesi ha subito un'impennata: alla fine di giugno i detenuti erano 59.125, a febbraio sono saliti a 59.523, e infine ora risultano quasi 62mila. Le donne detenute sono 2.804, e costituiscono il 4,7 per cento della popolazione carceraria. Gli extracomunitari rappresentano quasi il 35 per cento, un'età compresa tra i 30 e i 35 anni (circa 11mila detenuti), una grossa fetta di reclusi costituita da tossicodipendenti, 16mila circa, il 27,4 per cento del totale; altri 12mila detenuti risultano affetti da altre patologie e disturbi mentali.

Capitolo suicidi: nel 2005 si sono tolti la vita, sicuramente, 57 detenuti. Ma almeno altri 22 sono morti per cause non meglio precisate.

Da Palermo a Milano, sempre lo stesso discorso: celle sovraffollate, condizioni di vita pessime. Nel carcere palermitano dell'Ucciardone, per esempio, sono reclusi 693 detenuti, il doppio della capienza regolamentare, che sarebbe di 383 posti letto. La struttura risale al 1832. Le finestre delle camere di detenzione non consentono un adeguato passaggio di aria e luce; allinterno delle celle non ci sono neppure gli interruttori della luce. I servizi igienici, privi di doccia ma dotati di acqua calda, non si trovano in vani separati rispetto a dove si trovano i letti. Il carcere di Palermo non si è mai adeguato al regolamento entrato in vigore il 20 settembre del 2000, che doveva cancellare molti disagi patiti dai detenuti dietro le sbarre.

A Napoli, nelle celle del carcere di Poggioreale, convivono fino a diciotto persone, con un unico tavolo e un unico bagno a disposizione. I detenuti sono 2.135, dovrebbero essere non più di 1.395. I bagni sono collocati in un vano annesso alla camera, ma le docce sono solo allesterno. Neanche questo carcere si è adeguato con il regolamento del 2000.
La situazione viene così descritta: caldo afoso d’estate, freddo gelido d’inverno. Puzza delle feci e dell’urina, insetti che corrono lungo i muri. Alla fine dell’anno scorso il carcere di Poggioreale ospitava 2.174 detenuti a fronte di una capienza prevista di 1.387: ossia circa il 60 per cento in più di quanti ne potrebbe accogliere. Dei 2.174 detenuti di Poggioreale, solo 669 risultano già condannati, mentre gli altri 1.505 (i due terzi della popolazione carceraria) sono in attesa di giudizio. A parte la presunzione di innocenza, ciò vuol dire che i reclusi che andranno poi assolti avranno subito un trattamento disumano che nessuno potrà mai risarcire. Al di là di Poggioreale, alla fine dello scorso anno le carceri della Campania ospitavano in tutto 7.310 detenuti a fronte di una capienza prevista di 5.247; circa il 40 per cento in più. 3.061 sono in attesa di giudizio. In particolare, 450 in più a Secondigliano, 1.475 invece di 1.028. I tossicodipendenti sono circa il 30 per cento dei detenuti.
La testimonianza di Luisa Bossa, consigliere regionale campano dopo la sua visita a Poggioreale: “Nel padiglione Napoli ho visto anche nove persone in una cella pensata per quattro detenuti. E altri letti potranno essere occupati fino a ospitare tredici reclusi. Quando noi siamo entrati, accompagnati dal vice-direttore e dagli agenti, alcuni reclusi si sono dovuti stendere sui letti per farci spazio. Lo stato dell’igiene è pessimo. I detenuti cucinano nel bagno con delle tavolette sistemate accanto al water. Se qualcuno ha bisogno di fare i suoi bisogni, l’altro deve uscire, ma rientra subito dopo e riprendere a cucinare. Le suppellettili sono tutte rotte, e i letti arrugginiti. Le cassette di plastica che noi usiamo per la frutta loro le usano come degli armadietti per riporre i loro abiti. I sieropositivi sono reclusi nel padiglione Roma, che è quello dei tossicodipendenti e dei transessuali, mai sieropositivi devono rinunciare anche all’ora d’aria perché tutti sanno della loro condizione e non li vogliono intorno, li considerano degli appestati. Non hanno medicine, perché dovrebbero essere portate al Cotugno, ma se non c’è la scorta saltano il protocollo della terapia…Ho raccolto la storia di Antonio. E’ un cocainomane, sposato, due figli. Ha la licenza elementare ma non sa né leggere né scrivere, è un analfabeta di ritorno. Ha detto che aveva fatto domanda per essere trasferito in comunità, ma se l’è vista respingere perché il Sert ha trasmesso in ritardo la sua documentazione”.

Anche a Bari i detenuti sono quasi il doppio della capienza regolamentare: 591, ma dovrebbero essere non pi di 311. I servizi igienici, privi di cella, si trovano accanto al letto, qualche cella ha il bidet, altre neppure quello. Le docce, esterne alle celle, non funzionano bene (su otto, solo quattro sono utilizzabili). Neppure questo carcere si è adeguato al regolamento del 2000

Carcere romano di Rebibbia: la percentuale di sovraffollamento non altissima: i detenuti sono 1.603, dovrebbero essere 1.188. I bagni delle celle non sono sempre situati in un vano separato, e non sono forniti di doccia e acqua calda; anche qui il regolamento del 2000 disatteso.

A Bologna, le celle, in origine destinate a uso singolo, ospitano tre o quattro detenuti per volta. Dovrebbero esserci 481 detenuti, sono il triplo. I servizi igienici sono collocati vicino al letto, i bagni non hanno nè doccia nè acqua calda. L'istituto come gli altri non adeguato alle disposizioni del regolamento.

Milano Opera: i detenuti presenti sono 1.400; dovrebbero essere 884. Solo in una sezione ci sono le docce. Nel reparto femminile i servizi igienici sono forniti di bidet, le detenute hanno a disposizione una loro cucina.

Verona Montorio: struttura moderna, inaugurata nel 1995, un sovraffollamento di appena duecento persone in pi rispetto la norma. I bagni sono separati dalla camera, ma non hanno acqua calda, doccia e bidet.

In generale: il 55 per cento detenuti vive in carceri dove non sono consentiti colloqui allaria aperta; l'89 per cento non ha la doccia nella propria cella; il 60 per cento delle detenute non ha il bidet, il 12,8 per cento ha il bagno collocato vicino al letto e non in un vano separato.

Ora, grazie a questo blog, sapete quello che l’informazione ufficiale stenta a conunicare.

Certo, direte, i detenuti se la sono cercata ma l’argomento rischia di non resistere a due evidenze; da una parte circa il 40 % dei detenuti è ancora in attesa di giudizio e dall’altra il prezzo richiesto dalla nostra Costituzione è solo la privazione della libertà e non una costante afflizione della propria dignità personale e di vessazioni per violazione di leggi e regolamenti penitenziari.

Per questo quando e se sentirete che il solito Marco Pannella e i radicali stanno digiunando per il ripristino di condizioni di legalità minime nelle nostre celle, tramite la calendarizzazione di un provvedimento di amnistia e di indulto, non stupitevi perchè se vero come vero che un vecchio adagio liberale recita che la condizione di civiltà di un paese si misura soprattutto dallo stato delle sue carceri allora noi non siamo messi per nulla bene.




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24 aprile 2006
Una critica fraterna alla mozione della Direzione Nazionale della Rosa nel Pugno

Da radicale mi si permetta qualche critica, fraterna per la carità, alla mozione conclusiva della Direzione Nazionale di Giovedì scorso del fratello embrione della Rosa nel Pugno.

Sarà per il clima, fin dal principio un po’ sciatto e tendente quasi ad evitare l’insorgenza di un dibattito assembleare e vero sui punti controversi, in cui è maturato il documento ma ritengo necessario, proprio per non compromettere la crescita politica del nuovo soggetto, tentare di non mettere la sporcizia sotto il tappeto e provocare, invece, una riflessione e magari un pò di dibattito su quelli ch’io valuto come errori macroscopici.

Il primo di questi errori attiene alla questione della partecipazione alle elezioni amministrative e a quella interconnessa relativa alla nuova forma del costituendo partito.





Il solito, forse sarebbe meglio dire l’unico, Marco Pannella in avvio dei lavori, partendo da un dato di indiscriminata prolificazione delle iniziative elettorali sul territorio più o meno ispirate alla Rosa del Pugno nazionale, aveva cercato di imporre una riflessione su una soluzione forte: una separazione netta, nella forma dei diritti/doveri affievoliti, tra ruolo individuale esercitato nel partito e quello esercitato, invece, nelle amministrazioni regionali, provinciali e comunali una volta eletti.

Il rischio da scongiurare, secondo Marco Pannella, era quello di ritrovarsi dopo il 29 Maggio una Rosa nel Pugno di meri amministratori ovvero di una Rosa nel Pugno guidata, a livello periferico, proprio dagli stessi eletti nelle istituzioni locali con evidenti ripercussioni negative per l’elaborazione e per la conduzione di nuove lotte politiche.

La soluzione partorita dalla mozione, forse proprio perché sottratta ad un’assemblea un po’ poco partecipata per la verità, è una di quelle potenzialmente ambigue, nel senso che essa necessita rispetto alla specificità della proposta Pannella di una concreta precisazione e quindi di un supplemento di dibattito.

La formula lessicale adottata, infatti, è quella della “reciproca autonomia”: non c’è chi tra i conoscitori delle cose giuridiche e politiche che possa ignorare come, nell’esperienza normativa, dietro il concetto relazionale general-generico definito dalla parola “autonomia” si possano nascondere i più diversi modi di atteggiarsi delle relazioni tra due o più soggetti.

L’ “autonomia” esprime infatti semplicemente quella diversa quantità e qualità di libertà di azione, cagionata da una certa assenza di condizionamento, che un soggetto può rivendicare rispetto ad un altro ed io, da radicale, non vorrei trovarmi a fare i conti per la Rosa nel Pugno con l’autonomia che oggi esiste, ad esempio, tra il magistrato giudicante e quello inquirente.

Ma la critica che, fino ad adesso, sono andato conducendo si fa sicuramente ancor più netta se la si integra all’altro dato emergente dalla mozione che riguarda la data entro la quale la Segreteria dovrà presentare tappe e scadenze per la costruzione della forma partito della Rosa nel Pugno.

Si è scelto il 30 Giugno; troppo tardi.

Per quella data gli interessi amministrativi vincenti, anche in casa “radicalsocialista”, si saranno definiti, se non addirittura insediati ma, sol per questo, non rinunceranno a capitalizzare e stabilizzare, secondo la loro prospettiva, il risultato elettorale tentando di influenzare, proprio perché vincenti, più incisivamente e pro domo loro il nuovo assetto organizzativo.

Da parte della Segreteria della Rosa nel Pugno, anche a costo di apparenti lacerazioni, si poteva, anzi si doveva, cercare di accompagnare queste elezioni amministrative col tentativo di far dibattere i compagni e le compagne (e i migliori tra loro) sul territorio con una bozza costitutiva ed organizzativa che li ponesse nel dubbio (persino al dualismo) anche rispetto all’interesse alternativo di partecipare attivamente alla costruzione del nuovo soggetto.

Non oso immaginare, poi, quello che potrà succedere dell’annunciato calendario tardivo se, e l’ipotesi è tutto tranne che improbabile, l’impresa elettorale amministrative dovesse risultare ancor più deludente di quella nazionale; allora i risentimenti e le recriminazioni torneranno a farla da padroni coinvolgendo invariabilmente il processo costitutivo che, anche per questo, motivo doveva avviarsi ben prima.

 

Ma il capitolo della mozione di cui mi dolgo di più è quello relativo all’amnistia e all’indulto che divengono, in tutta evidenza, obiettivi politici della Rosa nel Pugno ma sottoposti ad una condizione ambigua.

Ancora oggi, dopo averla sentita dal vivo dalle parole di Boselli, quella condizione relativa alla garanzia dei diritti e della sicurezza dei cittadini rispetto alla macro e alla microcriminalità suona, al pari della famigerata espressione - sinistra e della sinistra - dell’ “indulto graduato”, come una campana a morte per l’organizzarsi, primariamente all’interno della Rosa del Pugno, di ogni lotta determinata in favore dei diritti dei cittadini detenuti, in atto privati di ogni dignità all’interno delle nostre carceri.

Ho, infatti, più di una sensazione: quel riferimento ambiguamente sociologico a macro-criminalità e micro-criminalità, persino effimero dal punto di vista politico tanto da essere usato indifferentemente da questo centro-sinistra e da questo centro-destra, nonché privo di fondatezza giuridica, sarà l’alibi più forte per depotenziare e quindi scardinare dall’interno ogni progetto di legge in tema di amnistia ed indulto e di ogni avvio di una seria riforma della giustizia.

 

Che dire in conclusione ?

Spero, sinceramente, di sbagliarmi ma se non si scioglieranno, purtroppo in un’elaborazione che in queste ore non può che essere di vertice, alcuni di questi nodi allora la Rosa nel Pugno si potrà certamente guadagnare un grado di considerazione dall’oligarchia (anche nell’emisfero amico) che governa - o meglio sgoverna - questo paese ma certo non avrà durata rispetto alle lotte e agli obiettivi politici che a Fiuggi si era ambiziosamente posta.

Ed in tal senso, forse, sarà opportuno che tragga, in questi giorni di elezioni amministrative, la sua forza, anche quella che verrà, dalla capacità di  mettersi onestamente in discussione, giorno per giorno, piuttosto che affermare, apoditticamente, all’inizio di ogni interlocuzione che il progetto della Rosa nel Pugno va avanti.

Dopo l’insediamento della Camere e l’ottenimento di una certa quota di incarichi di Governo, dopo gli incarichi amministrativi, in quest’Italia, potrebbe non bastare ripetere ossessivamente che non siamo “una bicicletta elettorale”.




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politica interna
17 aprile 2006
IL PACS Rosa nel Pugno, tra radicali e socialisti, è già al capolinea ?
Segue il testo di una mail inviata dal sottoscritto (membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani) a Marco Pannella, Daniele Capezzone, Rita Bernardini, Michele De Lucia e già pubblicata nel forum di Radicali Italiani.

 
"Cari Marco, Daniele, Rita, Michele e Werther,
provo a fare un resoconto dello stato della Rosa nel Pugno qui a Piacenza e soprattutto a rendere un quadro utile alla definizione della eventuale partecipazione amministrative.
V'è da premettere che elezioni amministrative saranno solo in alcuni centri medio-piccoli della provincia di Piacenza: Borgonovo, Rottofreno, Cortemaggiore e Fiorenzuola.
 
Il segretario provinciale dello SDI di Piacenza è Giancarlo BOLICI, socialista ultrasessantenne residente a Cortemaggiore, alla guida di un partito che conta circa un centinaio di iscritti in provincia ma che riesce a mobilitare non più di 4 o 5 persone dal punto di vista operativo (raccolta firme, organizzazione di iniziative pubbliche ecc. ecc.). Noi con una cifra oscillante di iscritti tra i 20 e i 10 all'anno riusciamo a fare attività perlomeno nello stesso numero.
 
Fin dai primi approcci - fortissimamente voluti dal sottoscritto sin dopo Fiuggi il Segretario dello S.D.I. - si è subito dimostrato eccessivamente freddo nell'immaginare iniziative pubbliche volte perlomeno  a stimolare, in loco, la conoscenza e il dibattito di qualcheduno dei 31 punti emersi dalla convention costitutiva.
"Questa è una realtà particolare: la gente non capirebbe"; "Bisogna muoversi con prudenza" ripeteva con ossessione il compagno (???) socialista. Alla mia richiesta di individuare uno tra quei 31 su cui era possibile immaginare una iniziativa era seguito il silenzio imbarazzato.
Persino per la presentazione del libro di Michele DE LUCIA, i dubbi di spaventare l'elettorato cattolico furono molti e, soprattutto, si volle scongiurare a priori il tentativo di allargare l'incontro ai DS locali e ad altri partiti del centrosinistra come quelli di centrodestra (anche con la possibilità che si sviluppassero confronti dialettici da me ritenuti salutari).
La prima preoccupazione, per il segretario BOLICI, era quella di dire che la Rosa nel Pugno si era costituita anche a Piacenza.
Altra ossessione era quella di vedersi indicare un referente territoriale dei radicali in ogni centro (grande o piccolo) piacentino. La nostra (la mia) posizione fu ferma nell'indicare che ogni questione, seppur locale, afferente alla Rosa nel Pugno doveva essere affrontata in un coordinamento provinciale paritario.
 
Prima dell'inizio della raccolta firme e subito dopo (metà Marzo), sapendo che i nostri dello SDI, andavano già a promettere in giro sostegni in nome e per conto della Rosa nel Pugno ad aspiranti (o apparentemente tali) candidati sindaci dell'Unione dei vari centri interessati dalle amministrative ho cercato di aprire un dibattito, almeno tra noi, sugli obiettivi e quindi gli impegni che la Rosa poteva chiedere a tali candidati.
Lo aprivo con uno scritto che è quello che vi allego.
L'idea era quella di dare vita ad un (o più di uno) incontro pubblico in cui professionisti, militanti e iscritti, altri esponenti di partito ci potessero portare un contributo.
Ho anche più volte sottolineato che a Rottofreno si era aperta una situazione interessante dal nostro punto di vista anche in prospettiva futura: il Segretario della UIL provinciale, che ha conosciuto personalmente anche Michele De Lucia, Massimiliano Borotti (ha preso più volte le distanze sui temi del lavoro da CGIL e CISL locali e ha ricordato Luca Coscioni all'inizio del suo ultimo congresso della UIL) stava tentando di far maturare rispetto ad un sindaco uscente della Margherita dalla spesa amministrativa indiscriminata ed allegra (i cui i bilanci sono sotto il controllo della Corte dei Conti) la sua candidatura fortemente osteggiata da tutti all'interno dell'Unione di Piacenza. 
Viene pubblicizzata la notissima "circolare" Bernardini-Antinucci... il simbolo e il nome vanno chiesti a Roma previa apposita presentazione di relazione sullo stato delle cose: insomma presentarsi alle amministrative non è scontato  !
 
La risposta non fu di merito ma di metodo: tutta la componente socialista ribadì, Segretario in testa, che era troppo presto e che dovevamo concentrarci sulla campagna elettorale nazionale.
 
Il bello però doveva ancora venire. Mentre io ero a Rieti per la campagna elettorale fui avvisato, dai nostri radicali storici di qua, di un sostegno pubblico (passato su Libertà - maggiore quotidiano di Piacenza e sul tg di TeleLibertà - maggiore testata giornalistica locale) di un fantomantico rappresentante locale, Emilio Dadomo, della Rosa nel Pugno al candidato Sindaco di Fiorenzuola dell'Unione a noi sconosciuto. Contemporaneamente altre amicizie mi davano per chiuse le liste di alcuni candidati Sindaci dell'Unione con all'interno diversi rappresentanti della Rosa nel Pugno a seguito di incontri avuti dal Bolici.
 
Disinnescai, a distanza, l'ordigno con una mail dai toni molto decisi al segretario dello SDI evitando, ad elezioni nazionali incombenti, di fare un comunicato di risposta all'improprio sostegno e apparentemente riaprendo il dialogo sulle amministrative con i socialisti del piacentino. La mie intenzioni e quelle dei radicali erano chiare: nulla era deciso e tutto, soprattutto dal punto di vista delle politiche amministrative, c'era ancora da discutere.
Ho (abbiamo quali radicali) chiesto, da lontano e una volta rientrato a Piacenza, in incontri e scambi di mail che cosa intendessero fare, quali obiettivi volessero perseguire, i socialisti con tali candidati Sindaci, quali erano le storie personali di tali candidati, le prospettive e le situazioni locali.
La risposta, soprattutto dal Segretario SDI, è stata sempre questa: "noi siamo un piccolo partito che ha deciso di stare a sinistra e quindi con l'Unione; è chiaro che non possiamo discutere troppo ed infine i programmi saranno comunque di sinistra, comunque dobbiamo esserci dentro le istituzioni."
 
Nonostante questo ho tentato di forzare una riapertura del dialogo anche parziale e selettivo con i doversi loro rappresentati locali a cominciare dall'Emilio Dadomo di Fiorenzuola. Era un percorso che si era avviato, seppure nella ristrettezza dei tempi, e nella completa solitudine dell'elaborazione: on line c'era stata trasmessa una bozza di programma del candidato sindaco di Fiorenzuola e la promessa di un incontro congiunto (un radicale ed un socialista)
 
Arriviamo a Venerdì 14 u.s.. E' una riunione che già, in ordine ai tempi di convocazione, un pò mi fa pensare: viene dopo a quella dell'esecutivo regionale dello SDI (il fatto viene sottolineato dal Bolici provinciale e dintorni). Che sia già stato tutto deciso, da altri e noi dobbiamo ratificare, mi chiedo ?
In realtà la riunione è interessante. Apprendo da un onestissimo, come al solito, ma in questo caso distantissimo, Verther che sì questa campagna elettorale nazionale è stato un sacrificio per tutti ma i socialisti hanno pagato un prezzo alto in ordine a deputati. Insomma per Verther le amminstrative consisterebbero quasi una compensazione ad una sorta di "debito" che noi componente radicale abbiamo maturato nei confronti dei socialisti. Lo ascolto io e altri radicali piacentini e rimaniamo un pò interdetti.
 
La riunione è una riunione vera, in stile radicale.Tutti possono esprimere la propria idea e i propri dubbi, anch'io lo faccio ed in buona compagnia. Apprendo di un Ansalone da Ravenna che lui le liste ce l'ha già pronte, in attesa di simbolo e nome. Complimenti dico io. Ma la frittata ravennate è di quelle veramente pasticciate: nessuna idea sugli obiettivi di programma, un solo radicale in lista che viene catapultato da Forlì con promessa di fare il consigliere comunale: gli altri tutti ex, post e neo-socialisti affasciati (ops affascinati) dall'UNITA' SOCIALISTA.  Bella promessa del piffero ! E le preferenze come le piglia ? Poi viene pure da fuori !  
Il meglio viene però Sabato 15 pre-pasquale: il buon BOLICI, lo ricordo il segretario provinciale SDI di Piacenza, che non si fa vivo da giorni sull'argomento amministrative e quindi non ne vuole poprio discutere, posta nella mailing list della Rosa nel Pugno di Piacenza il comunicato stampa dell'esecutivo regionale dello SDI di Bologna (che vi allego).
 
Quel comunicato non piacentino, ma addirittura regionale, che ricevo mentre sto lavorando ad un altro aggiustamento dell'elaborazione programmatica per le amministrative piacentine, lo ritengo pessimo per due ordini di motivi.
Il primo. E' naturale per me e per una storia radicale come la nostra non dare per scontato non solo la partecipazione con liste autonome ma, soprattutto, non dare per scontato il sostegno a qualsiasi candidato sindaco. Per noi stare nelle istituzioni è e continuerà ad essere un mezzo, un avamposto dal quale portare innanzi lotte, tentare con cocciutaggine di raggiungere obiettivi di riforma anche nelle piccole comunità. Azione riformatrice e non riformista del tutto cambi perchè nulla cambi di sciasciana memoria.
Per competere all'ottenimento di quell'avamposto occorre verificare laicamente che vi siano le condizioni oppure crearle (col dialogo, persino lo scontro evvero col centrodestra ma visto anche il trattamento riservatoci in questa campagna elettorale anche con l'Unione e l'Ulivo). Ebbene quel comunicato dando per scontata la partecipazione alle amministrative pregiudica il dialogo per primi tra noi radical-socialisti e poi pregiudica l'inverarsi di una seria alternativa delle politiche di questo centrosinistra anche a livello locale (dove poi lo schema nazionale alternanza per l'alternativa non può funzionare).
Io voglio (e al di là delle rudezze dialogiche vorrei continuare a farlo) parlare, elaborare un programma, degli obiettivi e poi con quelli ben definiti, conoscere, interloquire, dialogare anche scontrarci coi candidati sindaci che l'Unione propone.
Ma se è tutto scontato, se dobbiamo partecipare e con quelli già impostoci non potremo strappare nulla di lotte liberali, laiche, socialiste e radicali.
Il secondo. Quel comunicato ingenera un forte equivoco che è quello all'automatica appropriazione del simbolo della Rosa nel Pugno da parte di un organo regionale dello SDI, anticipando in modo inaccettabile una sorta di equivalenza: organizzazione SDI uguale organizzazione Rosa nel Pugno.  Anche questo non è scontato; il dibattito su questo è ancora aperto ed io, personalmente, preferirei un altro tipo di organizzazione più snella ed operativa, votata all'attività.
Gli effetti di quel comunicato regionale SDI non si fanno attendere: il confronto appena aperto si richiude subito, nessuna possibilità di emendare i programmi dell'Unione per Fiorenzuola, silenzio da Cortemaggiore di Bolici e a Rottofreno non vale la pena nemmeno di continuare con la Rosa; saltano gli incontri congiunti coi candidati sindaci perchè i socialisti non vogliono sentirsi sotto tutela. 
Per tutti questi motivi, per il dipanarsi del comportamento del segretario dello SDI piacentino e per la ristrettezza dei tempi a disposizione di un dialogo che invece richiederebbe più energie rispetto a quelle che vi si possono dedicare nell'imminenza di una campagna amministrativa  e  maggiore sostegno anche dalle decisioni regionali e nazionali - proprio per non danneggiare ulteriormente quello che di positivo può aver evocato quel simbolo nei cittadini - credo che il simbolo e il nome non possa essere concesso, allo stato, nemmeno per il sostegno a liste civiche o a candidati sindaci unionisti qui a Piacenza."



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politica interna
15 aprile 2006
Sondaggio: la Rosa nel Pugno e le amministrative

  Ecco a voi, cari lettori, un nuovo sondaggio utile (forse) a districare il rebus della Rosa nel Pugno. Avanti fatevi sotto e votate una sola volta per indicare quale deve essere l'atteggiamento utile della Rosa nel Pugno nei confronti delle amministrative.

SONDAGGIO

(cliccaci sopra)




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