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politica interna
7 agosto 2007
Marco Pannella, fantastico su Don Gelmini, Meluzzi (e Capezzone)

 Tratto dal sito di Radicali Italiani.



'Faccio mie le dichiarazioni di Daniele Capezzone che da ieri dice "Attenzione, non dobbiamo assolutamente dimenticare che per la Costituzione c'è la presunzione di innocenza. Basta con questa presunzione di colpevolezza, basta linciaggi !". Le faccio mie. Anch'io sono garantista e quindi solidare in linea di principio e di metodo con le vittime di questo ennesimo "scandalo".'

Continua sulla pagina di Radicali.it

politica interna
5 agosto 2007
Il Don Gelmini che non conosci (e non ti aspetti).

Non è, perlomeno, da parte mia una sentenza di condanna anticipata. Anzi. Credo che anche a Don Gelmini vadano riconosciute e rese, concretamente, accessibili tutte le garanzie processuali previste dal nostro codice. Noto solamente che, in queste ore, non possiede di molta cattiva stampa e può accedere ai maggiori telegiornali di prima fascia per lanciare le sue invettive contro i magistrati che lo stanno indagando.
Con le poche righe che seguono si vuol restituire un pò di conoscenza sulla vita di Don Gelmini, quella vita che proprio non ti aspetti, quella che non compare nelle biografie ufficiali.



"“LA STAMPA” SVELA DON GELMINI SEGRETO: “4 ANNI DI GALERA E LI SCONTA TUTTI”
“COME DETENUTO, VIENE ISOLATO PER EVITARE “PROMISCUITÀ” CON ALTRI RECLUSI”
IMBROGLIO IN VIETNAM – 1972, FINI’ DI NUOVO IN CARCERE, COL FRATELLO PADRE ELIGIO
Francesco Grignetti per La Stampa

C’è stato un altro don Pierino prima di don Pierino. Un prete che ha sempre sfidato le convenzioni, ma che di guai con la giustizia ne ha avuti tanti, ed è pure finito in carcere un paio di volte. A un certo punto è stato anche sospeso «a divinis», salvo poi essere perdonato da Santa Romana Chiesa.

E’ il don Gelmini che non figura nelle biografie ufficiali. I fatti accadono tra il 1969 e il 1977, quando don Pierino era ancora considerato un «fratello di». Una figura minore che viveva di luce riflessa rispetto al più esuberante padre Eligio, confessore di calciatori, amico di Gianni Rivera, frequentatore di feste, fondatore delle comunità antidroga «Mondo X» e del Telefono Amico.

Anni che furono in salita per don Pierino e che non vengono mai citati nelle pubblicazioni di Comunità Incontro. Per forza. Era il 13 novembre 1969 quando i carabinieri lo arrestarono per la prima volta, nella sua villa all’Infernetto, zona Casal Palocco, alla periferia di Roma. E già all’epoca fece scalpore che questo sacerdote avesse una Jaguar in giardino.

Lui, don Pierino, nella sua autobiografia scrive che lì, nella villa dell’Infernetto, dopo un primissimo incontro-choc con un drogato, tale Alfredo, nel 1963, cominciò a interessarsi agli eroinomani. In tanti bussavano alla sua porta. «Ed è là che, ospitando, ancora senza tempi o criteri precisi, ragazzi che si rivolgono a lui, curando la loro assistenza legale e visitandoli in carcere, mette progressivamente a punto uno stile di vita e delle regole che costituiranno l’ossatura della Comunità Incontro».

All’epoca, Gelmini aveva un certo ruolo nella Curia. Segretario di un cardinale, Luis Copello, arcivescovo di Buenos Aires. Ma aveva scoperto la nuova vocazione. «Rinunciai alla carriera per salire su una corriera di balordi», la sua battuta preferita.

I freddi resoconti di giustizia dicono in verità che fu inquisito per bancarotta fraudolenta, emissione di assegni a vuoto, e truffa. Lo accusarono di avere sfruttato l’incarico di segretario del cardinale per organizzare un’ambigua ditta di import-export con l’America Latina. E restò impigliato in una storia poco chiara legata a una cooperativa edilizia collegata con le Acli che dovrebbe costruire palazzine all’Eur. La cooperativa fallì mentre lui rispondeva della cassa. Il giudice fallimentare fu quasi costretto a spiccare un mandato di cattura.

Don Pierino, che amava farsi chiamare «monsignore», e per questo motivo si era beccato anche una diffida della Curia, sparì dalla circolazione. Si saprà poi che era finito nel cattolicissimo Vietnam del Sud dove era entrato in contatto con l’arcivescovo della cittadina di Hué. Ma la storia finì di nuovo male: sua eminenza Dihn-Thuc, e anche la signora Nhu, vedova del Presidente Diem, lo denunciarono per appropriazione indebita. Ci fecero i titoloni sui giornali: «Chi è il monsignore che raggirò la vedova di Presidente vietnamita».

Dovette rientrare in Italia. Però l’aspettavano al varco. Si legge su un ingiallito ritaglio del Messaggero: «Gli danno quattro anni di carcere, nel luglio del ‘71. Li sconta tutti. Come detenuto, non è esattamente un modello e spesso costringe il direttore a isolarlo per evitare “promiscuità” con gli altri reclusi». Cattiverie.

Fatto sta che le biografie ufficiali sorvolano su questi episodi. Non così i giornali dell’epoca. Anche perché nel 1976, quando queste vicende sembravano ormai morte e sepolte, e don Pierino aveva scontato la sua condanna, nonché trascorso un periodo di purgatorio ecclesiale in Maremma, lo arrestarono di nuovo.

Questa volta finì in carcere assieme al fratello, ad Alessandria, per un giro di presunte bustarelle legate all’importazione clandestina di latte e di burro destinati all’Africa. Si vide poi che era un’accusa infondata. Ma nel frattempo, nessuna testata aveva rinunciato a raccontare le spericolate vite parallele dei due Gelmini. Ci fu anche chi esagerò. Sul conto di padre Eligio, si scrisse che non aveva rinunciato al lusso neppure in cella.

Passata quest’ennesima bufera, comunque, don Pierino tornò all’Infernetto. Sulla Stampa la descrivevano così: «Due piani, mattoni rossi, largo muro di cinta con ringhiera di ferro battuto, giardino, piscina e due cani: un pastore maremmano e un lupo. A servirlo sono in tre: un autista, una cuoca di colore e una cameriera».

Tre anni dopo, nel 1979, sbarcava con un pugno di seguaci, e alcuni tossicodipendenti che stravedevano per lui, ad Amelia, nel cuore di un’Umbria che nel frattempo si è spopolata. Adocchiò un rudere in una valletta che lì chiamavano delle Streghe, e lo ottenne dal Comune in concessione quarantennale. Era un casale diroccato. Diventerà il Mulino Silla, casa-madre di un movimento impetuoso di comunità.

Gli riesce insomma quello che non era riuscito al fratello, che aveva anche lui ottenuto in concessione (dal proprietario, il conte Ludovico Gallarati Scotti, nel 1974) un rudere, il castello di Cozzo Lomellina, e l’aveva trasformato, grazie al lavoro duro di tanti volontari e tossicodipendenti, in uno splendido maniero. Ma ormai la parabola di padre Eligio era discendente. Don Pierino, invece, stava diventando don Pierino.


Dagospia 05 Agosto 2007"

 

politica interna
4 agosto 2007
Droghe. Proibizionismo da mettere in discussione.

Ci sono almeno tre notizie, connesse tra loro, che stanno avendo un discreto spazio nelle cronache di questa estate.
La prima è quella relativa alla contro iniziativa messa in campo dai parlamentari dell’UDC innanzi a Montecitorio.


Colpiti, nelle loro convinzioni pubbliche e di più nelle loro tesi politiche, da quello che sembra essere accaduto qualche notte fa al loro ex collega di partito, l’On. Mele (in quella è passata nei giornali come “notte di sesso e di cocaina), hanno messo davanti a Montecitorio un camper. Dentro il camper chi lo voleva, tra i deputati, poteva effettuare un testi antidroga. Risultato: 122 parlamentari sottopostisi volontariamente a controllo, tutti negativi.

La seconda notizia è quella attinente all'approvazione del cosiddetto D.L. “Bianchi” in materia di sicurezza stradale. Tra le altre norme quelle che hanno destato l’interesse dei media, poiché connesse alla questione della grande quantità di vittime del fine settimana e dei notissimi esodi estivi, è l’inasprimento delle pene per chi si mette alla guida in stato di ebbrezza o sotto effetto stupefacenti.

La terza news, che mi preme sottolineare, è invece quella di cui, suo malgrado, è protagonista Don Gelmini. Nelle sue comunità si sarebbero compiuti nei confronti degli ospiti - molti dei quali lì presenti, per sfuggire l’esecuzione di una condanna connessa al consumo di sostanze psicoattive – degli abusi sessuali.

                        

                       
Tre notizie che apparentemente non si intrecciano ma che ci parlano della stessa realtà: quella di un’Italia che si occupa del problema droga con un approccio esclusivamente demagogico-proibizionista. Riassum - perchè si sa d’estate anche le opinioni si consumano più velocemente - e a tre notizie contrappongo tre considerazioni.

La prima. Giusto inasprire le pene per chi si mette alla guida in condizioni fisiche non adeguate perché ha bevuto troppo o perché l’hashish, la cocaina o qualche diavolo di pasticca esporrebbero gli altri utenti della strada alle sue disattenzioni o alla sua voglia di pigiare il piede sull’acceleratore oltre i limiti consentiti ma forse, più che inasprirle, la questione è quella consueta della “giustizia giusta” cioè aumentare i controlli e rendere effettive le sanzioni amministrative e penali che gia ci sono soprattutto quando a causa di uno stato alterato si è effettivamente provocato un incidente. La questione è poi dei controlli e cioè puramente tecnico-scientifica: l’adozione di metodiche (e ve ne sono) che selezionino nell’autista controllato solo un’intossicazione che sta producendo effetti di alterazione e non assunzioni lontane nel tempo che hanno smesso già da un po’ di produrre alcun tipo di sintomo sui sensi e sulla psiche.

La seconda. Il proibizionismo e cioè il divieto, rafforzato dalla recente “Fini-Giovanardi”, di ogni ipotesi commercio legale di sostanze stupefacenti non solo non ha impedito che le droghe (illegali e quindi sottratte ad ogni controllo e, quindi, più costose e pericolose) si diffondessero capillarmente, tra i giovani e persone più responsabili, in quanto a consumo ma, soprattutto, come il “caso Mele” starebbe lì a dimostrare, non si è intaccata, anche nei più piani alti, minimante la considerazione sociale sul valore (o sul disvalore) che ha il consumo o l’abuso di droghe.

La terza. Le accuse, è vero, su Don Gelmini sono tutte da dimostrare ma queste vengono dopo quelle di qualche anno fa relative alla altrettanto famosa San Patrignano. Una considerazione, quindi, seppure in punta dei piedi, però va fatta. Forse il modello “comunità coatta o conveniente”, quale unica alternativa all’ipotesi carceraria, come conseguenza del proibizionismo, non solo non è efficace ma rischia di far prolificare luoghi in cui tendono a perpetrarsi violenze e abusi anche, in buona fede, e cioè per perseguire finalità che si assumono buone ed alte (come la completa disintossicazione dalla dipendenza).

Il piano educativo – soprattutto per le nuove generazioni - su cui, invece, oggi si dovrebbe finalmente agire è, quello liberale nord europeo del binomio “libertà e responsabilità” rispetto al quale lo Stato interviene con la “forza” e con l’efficacia che merita solo allorquando l’uso di sostanze (oggi legali come l’alcool o illegali come le altre chiamate droghe) mette in serio ed imminente pericolo la vita, la salute o la libertà di altri rispetto all’assuntore (oppure e a maggior ragione quando il pericolo ha concretizzato un danno).

Altrimenti ? Altrimenti sta fermo è aspetta che ogni tipo di sbronza passi sul divano di casa.
Le altre sanzioni per chi poi finisce per abusare o divenire dipendente verranno dalla società: niente successo a scuola, tantomeno a lavoro nonchè difficoltà di relazione.
Insomma, senza proibizionismo, pure le famiglie avrebbero qualcosa da spiegare ai loro figli piuttosto che continuare a delegare il loro interesse, il loro affetto e il loro amore ai "verboten" dello Stato.

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