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14 giugno 2009
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politica interna
26 agosto 2007
Uno scritto del nostro Gaetano Salvemini, un liberale antifascista doc !

La domenica è sempre dedicata alle letture più approfondite e meno sfuggenti.
Così capita di imbattersi in una traduzione dello storico antifascista e liberale Gaetano Salvemini, ispiratore e vicino alla politica del primo partito radicale, del 1935 tratto da una conferenza intitolata "Che cos'è la libertà ?" tenuta a Philadelphia. Ne ripropongo qualche stralcio poichè conserva una profondissima attualità (soprattutto - mutatis mutandis -per quello che concerne l'analisi del sistema informativo-mediatico).

"Si può essere liberali convinti eppure non sentirsi obbligati a considerare sacrosanta ogni istituzione libera e democratica. Quando furono create, le istituzioni democratiche si basavano sull'assunto che gli elettori avrebbero scelto come rappresentanti i migliori fra di loro, e che coloro che fossero stati eletti avrebbero fatto leggi e controllato l'operato dell'esecutivo nell'interesse della comunità. L'esperienza ha dimostrato che gli elettori raramente scelgono i migliori. Di fatto, essi scelgono normalmente i mediocri, a volte scelgono perfino i peggiori individui della comunità."




Quale una delle possibili cause secondo Salvemini ?

"Un secolo fa quando la libertà di stampa era ovunque una delle principali rivendicazioni dei liberali, qualsiasi gruppo di uomini dotati di talento e di una modesta somma di denaro poteva fondare un giornale e acquisire un'influenza nel paese proporzionale all'ingegno messo in campo. Era un periodo di libera concorrenza tra giornali quotidiani di piccole dimensioni. Ma negli ultimi cinquant'anni la stampa quotidiana è diventata una grande impresa capitalistica che richiede milioni di dollari per essere realizzata. Chiunque abbia i milioni necessari è quindi nella condizioni di inondare ogni giorno il Paese di tonnellate di carta stampata, anche se il suo genio consiste unicamente nello scoprire a quale genere di delitti o a quale tipo di gambe femminili sia più sensibile la parte meno istruita della popolazione.  [...] L'editore di uno di questi giornali può avvelenare la mente di un'intera nazione con articoli menzogneri o sopprimendo notizie. E' un despota, che non deve rispondere a nessuno per il modo in cui esercita la sua autorità; ha la libertà senza responsabilità."

"La stampa" (oggi potremmo agevolmente leggere tv, radio, cavo, satellite, gestori di motori di ricerca e aggregatori) "è ora una dittatura unica nel suo genere. Piantata nel mezzo delle libere istituzioni, le turba insidiosamente e le corrompe. La divisione dei poteri su cui in origine il governo libero è scomparsa, e il quarto stato, la grande stampa quotidiana, avendo sopraffatto tutti gli altri poteri - l'esecutivo, il legislativo e il giudiziario -, regna sovrana al loro posto.
L'onnipotenza della stampa è forse la malattia più pericolosa che affligga le libere istituzioni. Se la stampa quotidiana non fosse così corrotta e stupida (probabilmente più spesso stupida che corrotta), perfino il sistema della caccia al voto non funzionerebbe così male; e i deputati orientati da una stampa intelligente e onesta riuscirebbero a fare una figura migliore
."

politica interna
26 agosto 2007
Costi della politica (meglio della ex o para politica) o meglio ancora della partitocrazia.

Come molti dei lettori di questo blog sapranno, il comma 735 dell'unico articolo della legge finanziaria vigente aveva imposto la pubblicazione on line nei siti istituzionali dei rispettivi enti locali dei compensi pagati agli amministratori delle società partecipate.

Le prime notizie circolate in questi giorni ci comunicano innanzitutto una certa riottosità ad adeguarsi al disposto normativo. Le uniche regioni che vi si sono conformate risultano essere Lombardia, Piemonte, Veneto, Campania e Trentino Alto Adige.

Addirittura poi sono totalmente inadempienti alcuni grossi comuni e province: comune (83 partecipate di cui 19 in via diretta) e provincia di Roma, comune di Milano, provincia di Torino e Cagliari. 

Al di là dei totali dei compensi elargiti (tutti attestantisi tranne il Piemonte appena al di sotto dei milione di euro) alle più alte cariche societarie (presidenti, amministratori delegati, direttori generali e consiglieri) quello che è balzato quasi subito agli occhi è la incredibile mole di ex della politica (nazionale ed amministrativa) che nei vari valzer di poltrone oggi sono finiti ad occupare le stanze dei bottoni di queste imprese para-pubbliche.
Oppure come grande parte degli attuali neo-big della politica sono passati dalle "forche poco caudine" di tale selezione di managerialità pubblica. 

Da un articolo del Sole 24 Ore di Venerdì scorso, poco citato per la verità, sarà interessante sapere che in Campania Alessandro Bocchino, ex assessore a Napoli, ora percepisce 60 mila euro l'anno come presidente dell'Ente Funzionale per l'Innovazione e lo Sviluppo Regionale.
Cosa farà mai quest'ente in più di quello che è nei poteri della Giunta ?

Sempre in Campania 60 mila euro intasca il Presidente di Talete Campania Digitale, Raffaele Sansone, già Direttore Generale di Città della Scienza, quando era Presidente l'attuale Ministro Nicolais.

A Napoli ma questa volta in ambito provinciale il precedente assessore regionale all'ambiente Beniamino Stamati incassa 54.744 euro l'anno per essere nel Consiglio di Amministrazione dell'Ente d'Ambito Ato n. 2 Campania, nominato proprio dalla provincia.
Altri 54.745 euro ad Alfonso Ascione, ex assessore provinciale al turismo, ora consigliere all'Ato n.3.

Ma anche il Sindaco Rosa Russo Iervolino e i suoi predecessori sembrano non dimenticare i vecchi amministratori.
Rocco Papa, assessore alla viabilità dal 1997 al 2001 e vicesindaco di Napoli dal 2001 al 2006, è Presidente di Bagnolifutura con un'indennità di 67.379 euro, mentre il suo vice a 53.100 euro è l'ex assessore dei Verdi Casimino Monti.
Antonio Simeone, già consigliere regionale in Campania, in quota Sdi, è Presidente di Anm Spa con un compenso di 67.370 euro, mentre a Pasquale Losa, ex assessore alle Risorse Umane e Lavoro, sempre nel capoluogo partenopeo, è andata la Presidenza di Asia Napoli Spa a 60.828 euro.
Ferdinando Balzano è amministratore delegato di Napoli Servizi Spa a 59.800 euro, molti lo ricordano per essere stato assessore a Palazzo San Giacomo.

Milano. La Provincia ha nominato l'economista Giulio Sapelli come numero uno di Asam (Azienda Sviluppo Acqua e Mobilità), al centro di forti polemiche per una politica "pubblica" espansionista sostenuta in modo bipartisan da Penati e dalla Moratti, ma il compenso si scontra decisamente con le esigenze di risparmio pubblico: a lui vengono riconosciuti ben 180.000 euro l'anno.  
Ma la cosa ancor più paradossale in termini di compensi è che in quella che dovrebbe essere una sua controllata - la "Milano-Serravalle" - il Presidente incassa addirittura 195.000 euro e l'Amministratore Delegato arriva a 390.000 euro.

Alla Provincia di Venezia invece nel 2006 hanno rifilato un oneroso doppio incarico all'ex Presidente della Provincia: Presidente di San Servolo Servizi srl (30 mila euro) e consigliere di Autostrada Brescia-Padova spa (40 mila euro). Entrambi i mandati sono cessati ad aprile scorso quando è stata eletta alla presidenza della società autostradale l'ex presidentessa della Provincia di Vicenza, Manuela del Lago (Lega Nord) con un compenso di 160.000 euro annui.

Ma anche a manager (o ex) di imprese private (???) o di altri enti pubblici nazionali non si fanno mancare doppi o tripli incarichi in altre partecipate pubbliche di sicuro rango inferiore (ma non in quanto a compensi evidentemente).
A Torino, ad esempio, Maurizio Magnabosco è amministratore di Amiat (igiene ambientale) a 220 mila euro all'anno e, allo stesso tempo, Presidente della società aereoportuale Sagat (altri 88.500 euro annui).
Maurizio Braccialarghe, direttore del personale della Rai, incassa 15.000 euro all'anno quale consigliere di Amiat.

Il Sindaco di Teramo ha indicato Lanfranco Venturoni alla presidenza della Teramo Ambiente con un compenso di 50.000 euro annui. Venturoni è già primario ospedaliero ed è stato candidato presidente alla Provincia per il centrodestra, non eletto nell'ultima tornata.

Luca Cordero di Montezemolo, proprio il Presidente di Confindustria, che in questi giorni tuona contro la politica, prende 110.000 euro per la Presidenza della Fiera di Bologna, indicato congiuntamente da Provincia, Comune e Camere di Commercio.
Comune e provincia di Bologna hanno conferito 80.000 euro anche a Lamberto Cotti ex consigliere regionale dei Ds in Emilia Romagna, ora Presidente di Srm, società reti e mobilità.

Oggi, poi, sempre sul Sole 24 Ore, molto in là, a pagina 22 l'analisi viene spostata sulle imprese in cui lo Stato esercita un certo controllo (come ad esempio con la golden share associata o meno alla facoltà di conferire gli incarichi di apice).

Il pezzo è titolato: "Nomine, la carica di ex deputati e uomini Iri". E' curioso notare che sia nel corpo sia nella estesa tabella che gli è accanto si parla di Poste, Fs, Eni, Enel, Finmeccanica, Poligrafico, Consip, Rai, Anas si fanno i nomi (molte volte i soliti) e i collegamenti ai partiti (in gergo le quote) come An, Forza Italia, Lega, Udc, Margherita, Ds, Nuovo Psi,Udeur, eventuali simpatie prodiane
  ma nessun nome, ripeto nessun nome, è collegato a noi Radicali e al mondo radicale. 
Sarà per questo che noi Radicali siamo costretti a dirvi o ci scegli o ci sciogli !

politica interna
16 agosto 2007
Maggio 1977. Omicidio di Giorgiana Masi. Cossiga ci torna su ma di nuovo a suo modo.
 Lo scrivo con il rispetto dovuto ad un Presidente della Repubblica Emerito, Francesco Cossiga, ma su Giorgiana Masi e la giornata del 12 Maggio 1977 continua a dire cose non vere utilizzando, in questo caso, microfoni qualificati.

Nell’ultimo numero uscito, relativo a quest’anno, della rivista trimestrale Gnosis, rivista Italiana di Intelligence, promanazione diretta dei Servizi Segreti italiani, l’ex Presidente viene intervistato da Pio Marconi sul fenomeno terroristico ed in particolare relativamente all’anno 1977.


                                


La sensazione non è gradevole, soprattutto leggendo le risposte alle ultime domande. Non m’appare, infatti, una bella cosa che in un momento come quello attuale in cui la sinistra comunista, massimalista, e buona parte del sindacato italiano torna ad influenzare fortemente le scelte del Governo nel senso della conservazione delle postazione acquisite dai più garantiti, dai già protetti e tutelati, Francesco Cossiga nell’intervista tessa l’elogio alla responsabilità del sindacato di allora nel momento in cui accettò la sospensione dell’esercizio al diritto di riunirsi per manifestare liberamente le proprie convinzione.

Il divieto di manifestazioni nella primavera del 1977 era necessario? Le organizzazioni del lavoro rinunciarono al 1° maggio in piazza” chiede e suggerisce l’intervistatore.

Mentre non l'accettò Pannella.” risponde Cossiga, facendo passare il leader radicale come un irresponsabile.

Io lo pregai in ginocchio” continua il Presidente Emerito, “e dissi che il divieto lo avevano accettato i sindacati i quali hanno un servizio d'ordine che isola i violenti, magari li pesta e poi li consegna alla Polizia, e che agisce d'accordo con la Questura. Gli dissi, "guarda che tu sarai infiltrato". E il 12 maggio successe la tragedia di Giorgiana Masi. Quando avevo parlato dei divieti coi sindacati questi subito avevano detto che non era il caso di creare problemi. Avevano un servizio d'ordine ma non potevano escludere un'infiltrazione armata. E accettarono di rinviare le loro manifestazioni. Allora i sindacati erano una cosa ben diversa. Non erano sindacati di oggi. I sindacati dei pensionati. Con più del 50% degli iscritti fatto di pensionati. Io facevo i comizi da Ministro dell'Interno, accompagnato da Franco Marini e col servizio d'ordine della CISL, che era fatto di ferrovieri e di operai tessili.”

Insomma, al di là ai riferimenti pur ambigui ad accordi tra servizio d’ordine del sindacato con la Polizia, secondo l’allora Ministro dell’Interni, l’omicidio di Giorgiana Masi fu ordito da criminali, v’è da sospettare terroristi o violenti infiltrati tra le file del partito radicale, nonviolento per antonomasia.

Ma perché accettare ? Perché avrebbero dovuto i radicali e Marco Pannella sospendere l’esercizio del diritto costituzionale a riunirsi nella pubblica piazza ? Perché avrebbero dovuto accettare l’idea di uno Stato che chiede ai partiti e ai sindacati di fare quello che non riesce a fare, cioè separare i violenti dai nonviolenti, le azioni criminali da quelle perfettamente legali e cioè perseguire le prime e tutelare le seconde ?

                    


Semplice. Il primo: vi è più responsabilità, nel lungo termine, in chi pretende per l’individuo che la Costituzione prevalga su qualsiasi necessità emergenziale prospettata proprio dal potere rispetto a chi, asseritamene incapace di assolvere i compiti attribuitigli dalla legge, piega la Costituzione ad un’emergenza vera o presunta, dando inaudito ruolo a chi ipotizza e realizza violenze ed ammazzamenti (politici).

Il secondo: quel giorno (e Cossiga tace su questo) non stavano solo festeggiando al ricorrenza della vittoria sul referendum sul divorzio ma stavano raccogliendo le firme su altri 8 quesiti referendari, cioè stavano garantendo l’esercizio del diritto costituzionale di tutti cittadini di esprimersi mediante quanto di più alto c’è in una democrazia, le elezioni referendaria (la seconda scheda), producendo subito conseguenze nell’ordinamento giuridico.

Ma soprattutto nella ricostruzione dei fatti mi pare che il Presidente sia non solo particolarmente lacunoso ma addirittura contraddittorio.

Così mentre ora afferma di sospette infiltrazioni dall’esterno direttamente all’interno dei radicali nel 2005, appena due anni fa, rivelò valutazioni mai fatte prima: “Giorgiana Masi venne probabilmente uccisa da ‘fuoco amico’ da colpi vaganti sparati da dimostranti, forse suoi compagni ed amici con i quali si trovava, contro le forze dell’ordine” (da un’Agenzia ANSA del Maggio 2005).

Ecco, invece, la ricostruzione che fa Valter Vecellio, giornalista e radicale, di quei giorni, della giornata del 12 Maggio 2007 in occasione del ventennale della rivista “Polizia e Democrazia”: “Era l’anniversario della grande vittoria dei “Si” al referendum sul divorzio, voluto dal Vaticano, dalla Dc di Amintore Fanfani e dai neofascisti di Giorgio Almirante. Il Partito Radicale inoltre stava raccogliendo le firme per altri referendum, con i quali si chiedeva tra l’altro di abrogare le norme fasciste allora contenute nel Codice penale, i Tribunali e i Codici militari. L’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga aveva pretestuosamente vietato, per motivi di ordine pubblico, tutte le manifestazioni, per un mese. Anche il concerto del 12 maggio a piazza Navona, per festeggiare la vittoria divorzista e raccogliere le firme per i referendum. Un divieto ingiusto, e i radicali annunciarono che avrebbero pubblicamente disobbedito.

Reparti di Carabinieri e Polizia furono mobilitati per impedire che si potesse accedere a piazza Navona. Ci furono violente cariche, aggressioni, fermi, arresti. Ricordo come fosse oggi il vice questore in borghese del primo distretto che mi massacrò di cazzotti, e poi mi fece rinchiudere in cella di sicurezza per ore. Al processo che ne seguì, il Tribunale riconobbe le mie buone ragioni, e non vi fu alcun seguito. Si era molto risentito, quel vice questore, per un epiteto che mi era uscito di bocca, dopo che a freddo mi aveva dato un pugno allo stomaco (come neppure Mike Tyson), che mi aveva letteralmente piegato in due. E quello fu il meno. Dalle tre del pomeriggio fino alle sei il centro storico di Roma, da piazza Navona fino a Trastevere, divenne terreno di battaglia. C’erano squadre di agenti di Polizia in borghese, travestiti da autonomi, che si incaricavano di provocare i manifestanti; in alcuni casi si sparò, anche ad altezza d’uomo. È tutto documentato, scritto, provato; in un libro bianco sono state raccolte decine di fotografie e di testimonianze di parlamentari e giornalisti del Messaggero, del Corriere della Sera, della Repubblica. Qualcuno quel pomeriggio cercava il morto; e alla fine il morto ci fu: una ragazza, Giorgiana Masi, colpita all’altezza del Ponte Garibaldi, stava andando al concerto con il suo fidanzato. Di quello solo era colpevole. Un’altra ragazza, Elena Ascione, fu ferita gravemente.


                            


Varrà la pena, per non tradire la memoria, rispondere però alla nuova invettiva di Cossiga proprio con le parole di Marco Pannella; il leader radicale, mai così esplicito, non è stato querelato allora e nemmeno in futuro, quando ha ripetuto pubblicamente, la seguente ricostruzione di quella giornata.

La lettura distorta dei fatti, in buona o mala fede, la loro trascrizione errata o fraudolenta, hanno costituito per anni e costituiscono tutt'ora l'arma principale usata dagli assassini, mandanti e esecutori, della strategia delle stragi e della destabilizzazione. Oggi i fatti dicono che il 12 maggio, a Roma, con l'assassinio di Giorgiana Masi e il ferimento di molte altre persone, s'è tentata una strage, a freddo; sul piano strettamente giuridico la si è realizzata. Per strage denunceremo quindi i responsabili nei prossimi giorni, fino a che verità non sia fatta. Non aspetteremo anni, questa volta.”

Ed ancora, direttamente rivolto all’operato di Francesco Cossiga: “Il ministro degli Interni afferma dunque, privilegia e difende la violenza e la sua logica mortale. Si mobilita per sospendere diritti civili di tutta una città, fa aggredire brutalmente passanti inermi e migliaia di donne e uomini pacifici e nonviolenti che si recano ad ascoltare musica e a firmare i referendum, rispondendo all'appello non solo nostro ma di decine di politici, di deputati socialisti, democratici, di prestigiosi uomini di cultura.

Occupa militarmente mezzo centro storico, picchia parlamentari, fa venire da fuori Roma giovanissimi carabinieri terrorizzati ad arte non fidandosi di agenti sospettati di sindacalizzazione, fa sparare migliaia di bombe lacrimogene, tossiche, e decine di armi da fuoco, impedisce il deflusso di cittadini anche casualmente aggregati dai blocchi stradali realizzati fin dalle 14 di quel giorno dalla forza pubblica; cerca ovunque lo scontro, fino a quando, com'era prevedibile, non c'è il morto; per miracolo, un solo morto, Giorgiana Masi. Aveva 19 anni. Era venuta per firmare. L'hanno assassinata.

[…]Ma l'indomani, il 13 maggio, lo stesso ministro, a Roma, consente ovunque cortei e assemblee pubbliche, non indette certo (e comprensibilmente) sotto il segno della nonviolenza, e incoraggia le manifestazioni di oggi. Si limita a "controllarli" da lontano, sperando forse nell'uso di "P 38", non più temendo l'uso dei lapis e delle note musicali, per lui tremende armi di noi radicali. Il risultato è ormai ottenuto. La provocazione della sospensione dei diritti costituzionali di manifestazione a Roma, per un lungo periodo, mantenuta contro l'unanime critica di tutti i partiti democratici e i sindacati, usata per scatenare la violenza contro gli inermi e pacifici e per criminalizzare, quanto meno moralmente, l'unico partito della nonviolenza in Italia, è ormai servita al suo scopo; riesplode in tutta Italia la tensione, la violenza che rischiavano di sopirsi.
E il ministro di polizia potrà di nuovo rovesciare sul Paese, dalla Rai-Tv e dai giornali, i suoi appelli e moniti di sceriffo della Provvidenza, la DC chiedere altre leggi fasciste.

[…]I radicali avevano visto giusto, il 12 maggio, anche per un'altra ragione. Ed è quella cui più teniamo, oggi. Noi affermiamo che per sei ore gli ordini dati alle forze di polizia hanno causato aggressioni solamente da parte della polizia. Che rarissimamente vi sono stati episodi di difesa non nonviolenta, e sempre, smaccatamente, di difesa. C'erano, certo, dei "violenti", fra le migliaia e migliaia di cittadini pacifici. Ma la loro tattica è stata quel pomeriggio ineccepibile, leale.
Volevano che la nostra manifestazione si svolgesse assolutamente senza incidenti, per far aumentare le possibilità di un successo se non di autorizzazione per le manifestazioni del 19 maggio. Ho visto "autonomi": calmavano gli animi, evitando lo scontro.
Abbiamo ormai una ferrea documentazione che i ceffi con le armi non sempre d'ordinanza che sparavano, mettendosi accanto ai manifestanti, eccitandoli, erano agli ordini del questore di Roma e dei suoi funzionari.”

Dallo stenografico di una di una Tribuna politica in onda sulle reti RAI, il leader radicale a fine Maggio del 1977 ha modo, poi, di ribadire:

“Giorgiana l'hanno respinta e uccisa, dopo sei ore. Andava solo a firmare. Quando sono venuto qui, temendo che io parlassi di questo, e ne parlo, non posso non parlarne, sono andati in crisi. Avevo detto che avrei avuto, magari appesa al collo, qualche fotografia su quel 12 maggio. Questa è una fotografia presa in mezzo ad altre. Guardate, vedete? Vedete questi autonomi, questi assassini che stanno ammazzando i poliziotti?

Guardateli, li riconosciamo. Hanno la spranga, il volto coperto, sono teppisti, guardate. Li avete visti bene? Potremmo vederne degli altri. Volete vedere una "P-38", un'arma a tamburo? Eccola in questa foto. Il 12 maggio ce n'erano a centinaia di questi assassini dei poliziotti. Ma erano poliziotti!!! Noi questo lo dobbiamo dire.

Il tempo dei lupi è venuto, gli assassini stanno scendendo dalla montagna, è vero!

[…]Noi sappiamo che in questo momento c'è della gente che si chiede cosa abbiamo fatto il 12 maggio, perché abbiamo fatto quella manifestazione disubbidendo. Ma noi non possiamo premiare il comportamento violento di uno Stato che inonda le strade di persone vestite come assassini e le cui foto, domani, verranno riportate dai giornali e dalla televisione come prova che gli assassini ci sono. Ma certo, qualcuno ce n'è: vi ricordate quella tremenda foto presa a Milano, per strada, di uno della "P-38", un autonomo che spara?

Però pensateci un momento: è quello uno studente, un sottoproletario sgangherato, o non è un uomo che sa prendere la mira, un guerrigliero? E dove si è formato? Nelle università o nelle galere? Cosa c'è dietro tutto questo? E allora noi, da nonviolenti, cosa dovevamo fare? Non è stato detto che il 12 maggio i sindacati, tre ore prima di quella manifestazione musicale, di festa, avevamo telegrafato al ministro di non intervenire perché quella manifestazione era giusta. I tre sindacati. Erano i socialisti, erano i democratici, erano gli intellettuali che invitavano noi a non disdire quella festa, a non obbedire a una legge che la Corte costituzionale, nel '61, aveva dichiarato fascista e che Cossiga quella mattina cercava di applicare.”

Ed ecco perché secondo Pannella doveva tenersi quella manifestazione, quella raccolta firme referendaria anche disobbedendo, assumendosene responsabilità pubblica, ad un ordine ritenuto ingiusto: “Ascoltami: se per due o tre assassinati a freddo (e da chi?) un Ministro degli Interni può sospendere i diritti civili di una città di 4 milioni di abitanti; se, contrariamente a quanto accade in ogni paese di democrazia parlamentare e politica, un Ministro degli Interni diventa tanto più potente e inamovibile e autoritario, quanto più assassinati vi sono sotto il suo regno; se non deve invece dimettersi; quanto meno per incapacità, come ovunque accadrebbe; se questo fosse accettato basterebbe una bella strage riuscita su un treno estivo, con qualche centinaia di morti, per consentirgli di sospendere le libertà di e i diritti civili dell'intero paese per 6 mesi almeno. Se si accetta che per punire e colpire i violenti si deve o può impedire ai non violenti e ai democratici di manifestare, di riunirsi, di isolare nelle città le forze e i metodi delle stragi è evidente che gli assassini di ogni colore e i nuovi fascisti di stato (quelli delle stragi di Piazza Fontana, di Brescia, di Trento, fino a quelli di Piazza Navona, dei vari Sid e Affari Riservati) avranno interesse ad ammazzare sempre di più.” (Risposta a MGP, lettore di Eureka).

Difficile continuare ad accreditare, anche oggi o, forse, per l’oggi, la tesi di un Marco Pannella e di radicali totalmente irresponsabili a fronte, invece, di un sindacato e di una sinistra comunista attenta, prudente e rispettosa della legalità costituita.

politica interna
15 agosto 2007
Giustizia. I dati di una crisi in pieno atto !

Si fa un gran parlare, sulla scia dei gravi fatti di questi giorni, sull'efficienza della nostra giustizia e più in generale del sistema sanzionatorio-repressivo.
Forse ricordare qualche dato per non scivolare, solo sulla base dell'onda emotiva, ad analisi e soluzioni azzardate può essere utile.

Il più completo degli studi analitico-statistici effettuato in merito alla cosiddetto “pianeta giustizia” è costituito dal dossier dell’ISTAT dell’anno 2003, corredato da ben 226 pagine di dati, molte volte disaggregati regione per regione, ufficio giudiziario per ufficio giudiziario.

Cercherò di riassumere i dati che ritengo più rilevanti per fornire un’idea su quella che concepisco per adesso, genericamente, “la crisi della giustizia”.

Nei diversi Uffici giudiziari (dalla Procura del Tribunale in sede monocratica passando per quella del Tribunale in sede collegiale, al Tribunale dei Minorenni, sino alle Corti d’Appello, d’Assise e d’Assise d’Appello nonché alla Corte di Cassazione) sopravvengono circa 5 milioni di nuovi procedimenti penali (con l’iscrizione nel Registro Generale degli Indagati) ogni anno.

Si può immaginare che questi coinvolgano perlomeno il doppio di cittadini italiani tra imputati, persone offese e parti eventualmente costituitesi in giudizio a vario titolo.

Un vero “fenomeno di massa” se si riflette che la popolazione italiana è di poco più di 58 milioni di unità e che non sempre i procedimenti investono le medesime persone.


                       


Ogni anno, almeno sino al 2003, venivano esauriti dalla macchina della giustizia circa 4.900.000 procedimenti di cui solo poco più di 199.000 con sentenze di condanna.

La restante quantità (circa 4.700.000) costituiscono evidentemente sentenze di assoluzione, di estinzione del reato evidentemente in larga parte per prescrizione del reato stesso.

Rimangono come portato, ancora insoluto, cioè carico pendente per l’Amministrazione della Giustizia altrettanti quasi 5.000.000 milioni con una leggera tendenza, ma che pur sempre va aggravare una situazione certo già congestionata, a concludere meno procedimenti di quelli che invece vengono instaurati.

Ma l’analisi di quelle quasi 199.000, sempre sulla base del Rapporto ISTAT 2003, sentenze di condanna ci restituisce uno spaccato interessante sullo stato della giustizia: ben l’80 % riguarda condanne per pene inferiori o uguali ad 1 anno.

Si potrebbe dire, già, approssimativamente che la diagnosi sulla “Giustizia nel complesso” in Italia è quella di una Giustizia che riesce a condannare poco rispetto ai reati portati alla Sua attenzione e quando condanna lo fa per reati cosiddetti bagatellari, di poco conto, e per fattispecie lievi o particolarmente attenuate.

Quale corollario si potrebbe affermare che, invece, i reati più gravemente sanzionati dall’ordinamento finiscono nella maglie delle prescrizioni o delle assoluzioni ovvero, per questo, non vengono nemmeno denunciati ed indagati come si dovrebbe.

Andiamo a cerca di conferme in studi ed analisi magari meno sistematiche ma più recenti.

Nel corso dell’Inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2007 il Presidente della Corte di Cassazione, Gaetano Nicastro, nella sua Relazione sull’Attività Giudiziaria per l’anno 2006 - pur limitandosi ad analizzare i procedimenti innanzi al giudice di pace, tribunale in sede monocratica e collegiale, tribunale dei minorenni - ha sostanzialmente confermato nelle proporzioni, drammatiche, la mole enorme di decreti di archiviazione, sentenze di proscioglimento e di assoluzione e quelle di non luogo a procedere già nei primi gradi del giudizio pari a quasi 1.460.000.

Un altro dato sottolineato il Primo Presidente e cioè la giacenza media nei soli Uffici giudicanti altalenante intorno all’anno (300-400 giorni) per ciascun grado di giudizio a cui però, precisa lo stesso alto magistrato, “vanno aggiunti quelli necessari per le indagini ed i vari provvedimenti che precedono il giudizio”.

Ecco perché la proiezione di un processo penale - tra primo, secondo grado e giudizio di legittimità - della durata media di 7-8 anni nei casi migliori non è del tutto inverosimile tanto da giustificare per l’Italia il più alto numero di condanne, in Europa, dalla Corte di Giustizia Europea per la eccessiva durata dei processi.

Interessante, a conferma, è citare un esperimento recentissimo condotto da EURISPES presso la cittadella giudiziaria di Roma ove ha monitorato il campione di oltre 1600 processi penali e le relative udienze nel periodo tra Aprile e Maggio 2007.

I risultati appaiono sconvolgenti nella loro crudezza.

In una udienza mediamente solo 28, 6 % dei processi trattati si conclude con una sentenza (51, 4 % di condanne, 23, 1 % di assoluzioni, 21, 2 % di estinzione dal reato, in larga parte per prescrizione). Il 69,7 % dei processi trattati viene rinviato ad altra udienza (mentre 1, 7 % viene restituito al Pubblico Ministero per nullità procedurali): solo una piccola percentuale di rinvii è dovuta a legittimi impedimento dell’imputato o del difensore, la maggior parte è dovuta ad assenza del Giudice o a precarietà del Collegio Giudicante, a questioni di incompetenza territoriale o di incompatibilità del Giudice. Ben il 13, 4 % dei processi viene complessivamente rinviato per omessa o irregolare notifica della citazione all’imputato (7,8%), al difensore (3,6 %) o alla parte offesa (2%).”

Si conferma, dunque, un modello di procedimento/processo quello penale lento ed ingolfato che sembra premiare i reati più gravi - che si avviano nei vari stati e gradi del giudizio verso la prescrizione - e raggiungere con un minimo di efficacia solo, ed in minima parte, i reati più lievi e quindi i piccoli delinquenti.

Anche la popolazione carceraria prima dell’indulto del 2006 starebbe ad indicare proprio questo stato di cose.

Se si unisce questa crisi palese, poi, al dato allarmante per cui il quasi il 90 % dei reati denunciati a Forze dell’ordine e Magistratura rimane impunito poiché non si individua il colpevole allora ben si comprendono i risultati del paragrafo “La sicurezza e la fiducia nella giustizia” del Rapporto Italia 2007 dell’EURISPES.

Nello specifico è interessante occuparsi del sommerso: 1 reato su 4 non viene denunciato. “La presentazione di una denuncia non è sempre atto scontato, infatti nel 26, 8 % dei casi gli intervistati hanno preferito non sporgere denuncia, pur essendo stati vittima di un crimine.

Meno propensi a sporgere denuncia i giovanissimi” con una preoccupante percentuale del 58, 3 % e “coloro i quali hanno un’età compresa tra i 25 e i 44 anni (55,9 %). […] Tale scelta è dipesa soprattutto dal fatto che i danni subiti non erano gravi (52, 4 %). Negli altri casi è prevalso, invece, un atteggiamento di arrendevolezza nei confronti delle Forze di Polizia e del sistema giustizia.”

La norma, come disciplina generale del costume della società è stata rimpiazzata da un marcato soggettivismo, etico e comportamentale che […] corrode il concetto stesso di norma e lega i comportamenti degli individui a criteri di riferimento elaborati dai singoli.

Non manca, infatti, chi non ha sporto denuncia e ha preferito farsi giustizia da sé: ben il 14, 3 %. Il 7,9 % ha invece pensato che le Forze dell’Ordine non avrebbero fatto nulla ed un altro 7, 9 % ha affermato di essere scoraggiato da precedenti esperienze negative con le Forze dell’Ordine. Il 6,3 %, infine, non ha sporto denuncia per paura di ritorsioni.”

Dati questi che fanno emergere un avvio, però già strutturato, di traslazione dell’inefficienza del sistema giustizia ovvero del sistema repressivo - inteso in senso più ampio - in una perdita di credibilità agli occhi dei cittadini delle soluzioni poste in essere dall’ente statuale prima e dalle singole Istituzioni coinvolte, poi.

La maggior parte dei cittadini, il 21, 7 %”, infatti, per quello che attiene il sistema sanzionatorio e la cultura della legalità, “ritiene che la criminalità è alimentata dalle pene poco severe e dalle scarcerazioni facili attribuendo così grande responsabilità al sistema giudiziario. Il 16, 1 % manifesta atteggiamenti xenofobi e considera l’aumento del numero degli immigrati uno dei principali motivi di diffusione dei fenomeni criminali.”

Ma “Che l’Italia sia un paese in cui, nell’ultimo decennio, è tramontata un’idea condivisa di legalità è confermato da quanti affermano che all’origine della diffusione dei fenomeni criminali vi sia proprio la mancanza di cultura della legalità: la pensa così il 15, 6 % degli intervistati.”.

politica interna
12 agosto 2007
Pannella. Ricorso giuridizionale contro DS-Margherita per l'esclusione alla candidatura a segretario del PD

Dal sito di Radioradicale.it (licenza Creative Commons Attribuzione 2.5 del 2007) integralmente riporto:

'Marco Pannella – nel darne stamane alle 9 l’annuncio da Radio Radicale – ha preannunciato che, d’intesa con il direttore Massimo Bordin, la consueta trasmissione domenicale che si terrà dalle 22 alle 24 su RR sarà in buona parte dedicata ad illustrare ragioni ed obiettivi di questa iniziativa giudiziaria.

Marco Pannella, comunque, ribadisce quanto già affermato a RR in questi giorni: come di già per le elezioni politiche, occorre assolutamente difendere da limiti, errori e metodi letteralmente suicidi per coloro che stanno manifestamente riducendo il LORO Partito Democratico ad un simulacro, ad una sostanzialmente disperata manovra di Potere, che produce solamente scissioni, amputazioni ideali e politiche, mera fusione di apparati, residuati di drammatici errori storici.

“Mi auguro – ma questa volta è difficile sperarlo – di riuscire a salvare innanzitutto dai loro stessi comportamenti e cecità, i “convocatori” della “Costituente” del 14 Ottobre. Questo obiettivo riuscì – quasi miracolosamente – per le elezioni del 9-10 aprile 2006, quando l’Unione compì l’exploit di dissipare il proprio elettorato fino a riportare un milione di voti in meno della Casa della Libertà, con una disastrosa campagna pre-elettorale ed elettorale, prevalendo alla fine con 24 mila voti grazie all’apporto di quasi un milione di voti della Rosa nel Pugno, in particolare per l’iniziativa radicale che riuscì a trasferire centinaia e centinaia di migliaia di voti liberali, cattolico-liberali, laici e socialisti dal centro-destra al centro-sinistra…”.

“L’iniziativa giudiziaria dimostra in modo incontrovertibile il comportamento gravemente scorretto e chiaramente illegittimo dell’Ufficio Tecnico Amministrativo Nazionale e dei Garanti dell’Ufficio di Presidenza del Comitato 14 Ottobre, che hanno respinto la mia candidatura con patente violazione delle norme che DS, DL e il Comitato 14 Ottobre si erano dati; dimostra anche che per realizzare obiettivi inconfessati diventa ben presto necessario usare metodi e mezzi indebiti per non dire indecenti”.'

Il testo del ricorso (in formato word)

politica interna
7 agosto 2007
Marco Pannella, fantastico su Don Gelmini, Meluzzi (e Capezzone)

 Tratto dal sito di Radicali Italiani.



'Faccio mie le dichiarazioni di Daniele Capezzone che da ieri dice "Attenzione, non dobbiamo assolutamente dimenticare che per la Costituzione c'è la presunzione di innocenza. Basta con questa presunzione di colpevolezza, basta linciaggi !". Le faccio mie. Anch'io sono garantista e quindi solidare in linea di principio e di metodo con le vittime di questo ennesimo "scandalo".'

Continua sulla pagina di Radicali.it

POLITICA
1 agosto 2007
Partito democratico: no a Pannella è un no alla storia radicale.

Cosa c'è di nuovo nel niet del Partito democratico, che sa già di vecchio, a Marco Pannella ?
Nulla.
E' il no storico di comunisti e post-comunisti e di integralisti cattolici (post democristiani e neo-teodem) alla storia e al vissuto dei loro elettori: alla storia di Romolo Murri (don), di Argentina Marchei ma anche quella di Umberto Terracini e Fabio Gullo, di Adele Faccio, Adelaide Aglietta ma anche di Loris Fortuna.
E' il loro, costante e sistematico, rifiuto dell'eredità ideale e politica di Benedetto Croce, Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi, i fratelli Rosselli e Piero Gobetti.
E' il no storico ad una vita altra rispetto a quella oligarchica di conservazione di assetti burocratici, chiusa in un fortino rispetto ad un popolo italiano (che non possiede altre alternative che l'assuefazione e la rassegnazione).

POLITICA
31 luglio 2007
Le insidie del dibattito politico italiano e radicale

Ci sono un paio di insidie che nel dibattito politico, ma anche in quello radicale, di queste settimane andrebbero valutate. Da una parte forme di “ripetizione coatta” nel modo di fare politica, stereotipi consolidati, indicati dal senso comune e, dall’altra, cambiamenti e forme che, repentini, possono celare l’insidia solo del “nuovismo” e che, quindi, in buona sostanza, sono predittivi di un’occupazione e di governo, solo un po’ più efficaci e quindi potenzialmente più pericolosi, di quello che esiste, del già consolidato.

Ho l’impressione, infatti, che sia in corso un’operazione, mediatico-informativa, volta a consolidare e, persino, strutturare lo sdegno populista nei confronti di tutta la classe politica attuale, già maturato nei primi anni novanta.

Tutto il capitolo dei cosiddetti “costi della politica” agitato come mera accusa generalizzante e riguardante esclusivamente “la casta” corre il serio rischio, insomma, da una parte di nascondere il fatto di tutto un complesso sociale, direi di un modo di funzionare del consenso (o del dissenso) democratico, intessuto di ordini, corporazioni di categoria, baronie burocratiche, corpi intermedi pubblici e para-pubblici, soddisfatto dalla moltiplicazione della spesa pubblica e dall’altra di colmare la distanza che vi è tra scandalo, ancora capace di suscitare riforme, e rassegnazione per lo stesso metodo democratico.

Credo, poi, che la rappresentazione costante e generalizzata di una politica, a destra come a sinistra, al governo come all’opposizione, incapace di portare a soluzione uno solo dei dossier nazionali ed internazionali sia solo idoneo (se non lo è già stato) di produrre una selezione al contrario: l’aumento esponenziale dei cittadini dimessi e di quelli assenti dalla vita dei partiti nonché, la consequenziale, restrizione delle pretese di informazione sulla opzioni politiche ma anche dell’attività delle massime istituzioni italiane.

Tanto sono tutti uguali” non è divenuta soltanto la frase tipica della chiacchierata da bar ma anche la parola d’ordine con cui le burocrazie e le “seconde file”, infinitamente più capaci e potenzialmente ricattatorie, liquidano il loro rapporto coi partiti e con la politica, in realtà per continuare a conservare o ampliare i privilegi di cui anche loro sono tributarie.

Bisogna essere molto prudenti quando questo può andarsi a saldare a vecchie o nuove campagne giudiziarie, grandi o piccoli scandali. Nella stragrande maggioranza dei casi, anche mediante apparenti modifiche normative dei sistemi elettorali, queste burocrazie non vogliono in realtà riformare, in radice, il funzionamento di una democrazia e di uno stato di diritto in senso più liberale e più socialista ma, semplicemente, vogliono perseverare loro stesse o lanciare una piccola o grande “opa” agli assetti esistenti, per scalare qualche posizione di vertice.

Innanzi, insomma, al manifestarsi di tante impazienze interessate, un anno è decisamente un brevissimo periodo in economia, figurarsi in politica.

Temo, quindi, che rispetto ai cinque anni di potenziale durata, sia ancora troppo presto per esprimere un giudizio netto sull’operato di un Governo e sulle prospettive di cambiamento che lascia intravedere nonché sulla nostra (radicale) prima e diretta partecipazione alla funzione esecutiva; a meno che non si voglia gravemente sottovalutare quel termine, quello dei cinque anni, valutato e voluto in Costituzione come tempo necessario per dare una minima continuità democratica (e sottrarsi ad ogni facile demagogia) alle esigenze di governo della cosa pubblica.

A ben guardare, a differenza solo di qualche mese fa, laicità e diritti civili, welfare e libertà non solo economiche, la questione dell’attivazione di strumenti di diritto internazionale quali garanzie di democrazia, pace e sviluppo, sono tutti temi radicali, liberali, socialisti e laici che sono ormai stati incardinati, senza particolare ostacolo da parte della maggioranza e del Governo di cui facciamo parte, nel dibattito pubblico del paese.

E’ vero ancora non sono andati a maturazione e sintesi nelle sedi proprie ma il dibattito continua o riemerge periodicamente anche per merito e meriti della baracca radicale o più, poeticamente, della galassia. Questo per ora, sapientemente, ha garantito l’alternanza: la progressiva ed ancora in corso definizione sociale di un “nucleo”, di un nocciolo duro di conflitto sociale e quindi di possibili riforme di reale alternativa. Certo oggi ne possiamo, ne dobbiamo, continuare a lamentare l’espropriazione e cioè la completa dissociazione tra il sostantivo e, persino, l’aggettivo “radicale” dagli obiettivi e dalle iniziative portate avanti per sostenere il percorso di riforma.

Certo oggi e a ragione possiamo lamentarci del Governo per la gestione del capitolo “Giustizia Giusta”: dalla difesa dell’indulto alla mancata amnistia passando per la “riformicchia” targata Mastella non è proprio quello che auspicavamo noi radicali; ma è un fatto positivo che anche di questo tema se ne continui a parlare, discutere e far emergere dati e casi eclatanti.

Per passare a cose più interne, il network di Daniele Capezzone rischia di costituire, in tal senso, un grave errore, di natura contingente.

Non tanto per l’assenza, nel suo manifesto, dei temi o delle iniziative politiche più storicamente e propriamente radicali ma quanto per la sua elaborazione complessiva.

Il presupposto, semplicistico e quindi dogmatico nonché, di converso, dogmatico perché semplicistico, di una politica (centrodestra e centrosinistra e tutte le relative loro articolazioni) tout - court incapace, vecchia e lenta approfitta di una suggestione di larga presa nella cosiddetta opinione pubblica.

Oggi, come nei primi anni novanta, è capace di suscitare immediati consensi ed adesioni: politica ad alta velocità appunto ma quando si tratterà di costruire ?

Basterà partire dall’aggregazione di soli insoddisfatti ?

Credo di no. Non sarà sufficiente ritengo, a quel punto nutrirli di sola demagogia, di efficacissimi, ma pur sempre tali, spot ed aforismi contro taluno o talaltro.

L’alta velocità della politica e la fluidità della comunicazione, potranno servire per trasportare o vendere merci ed anche idee ma difficilmente serviranno a crearne di nuove, ad elaborare analisi, progetti e strategie, a mutare scetticismi e rassegnazioni in soddisfazione per possibili percorsi riformatori.

Decidere, in democrazia, è soprattutto un processo dialogico, una procedura formale, non è semplicisticamente un atto di volontà individuale.

E’ ostinazione e pazienza, molte volte “mediaticamente” silenziose.

Questo sembra continuare a sottovalutare Daniele Capezzone con l’esperienza del suo network e addirittura con la sua incessante attività dichiarativa, progressivamente manifestatasi dal momento delle elezioni, così come a considerare già oggi esaurita ed improduttiva l’esperienza radicale di sostegno e partecipazione al Governo Prodi.

Al “profilo”, evocato dal Presidente della Commissione Attività Produttive, con cui si sta al Governo o in Parlamento - del quale poi peraltro molto viene istituzionalmente detto dal punto di vista normativo - preferisco la sostanza di una “visione frontale” che è soprattutto costituita dal rispetto delle forme e quindi delle solo opportunità che sono vigenti.

Tra queste il ruolo di primazia e di coordinamento politico del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Forme che poi possono non piacerci, possono essere inadeguate e persino contrarie al modello istituzionale anglosassone o ad un livello minimo di efficienza democratica ma, proprio, finché vigono debbono essere rispettate, magari per far maturare, nel paese, istanze reali di riforma.

D’altronde non eravamo proprio noi radicali ad affermare che la forza di questo regime viene proprio dalla capacità di non rispettare le norme che esso stesso si dà ovvero di essere tanto severissimo ed integerrimo con gli ultimi, i più deboli e gli esclusi quanto indulgente con i suoi più alti rappresentanti ?

No, contrariamente a quello che si possa pensare, non mi scandalizzo della possibilità che un parlamentare radicale, ove foss’anche confermato da dati ufficiali, collezioni una serie impressionante di assenze dall’attività d’aula anche eventualmente mediante l’uso distorto di appositi istituti.

Lo ritenevo e lo ritengo, in questa Italia di cui anche noi facciamo parte, sempre più probabile e possibile.

Mi meraviglio, semmai, che continui, da una parte, a sottovalutarsi, proprio dalla pattuglia parlamentare radicale nel suo complesso, quello che è divenuto, come repellente ogni utile frequentazione, il Parlamento e cioè una sorta di “votificio” dove, per questo ed in ragione di pessimi regolamenti, grandi idee, grandi scontri e – quindi - grandi individualità politiche stentano ad emergere ed essere valorizzate (anzi sono sistematicamente ignorate).

Mi meraviglio, semmai, che piuttosto di uno scontro aperto si tolleri e non solo eventualmente per il radicale Capezzone, che lo stratagemma dell’allegra “giustificazione” utilizzato per evitare questo appiattimento e “non senso” istituzionale ma anche per non perdere diarie ed indennità varie, divenga l’unico “moto di resistenza” utilizzato rigorosamente sottobanco.

Come, d’altronde, mi preoccupa che il fiorire del dibattito radicale (nel sito, nei forum e nelle mailing list) post Comitato mi restituisca una sostanziale incapacità di leggere attentamente la mozione di Marco Pannella.

Solo se, infatti, si ha la pazienza di leggerla nella parte più dispositiva ma, di più, di riascoltare il secondo intervento di Marco Pannella nel corso del Comitato si comprenderà che la mozione vuole proprio sublimare le eventuali logiche dei dossier contrapposti nonché dello sterile giudizio di partito sul grado di onestà di taluno piuttosto che di tal altro - purtroppo insediatesi anche al nostro interno - con la proposta/richiesta dell’attivazione di strumenti di monitoraggio e di conoscenza sull’attività di tutti i parlamentari della Repubblica; a garanzia del conoscere per deliberare, per primi, dei cittadini, a garanzia di tutti i parlamentari, dei Presidenti dei due rami del Parlamento e dei partiti ovvero delle coalizioni che quei parlamentari hanno concorso a candidare e far eleggere.

Invece, anche tra i radicali, impazza il dibattito (e quindi anche gli incitamenti da stadio o da spogliatoio) cieco tra quelli che si definiscono o vengono definiti pannelliani e quelli che si definiscono o vengono definiti capezzoniani, tra la curva sud e la curva nord. Ho l’impressione che sia lo scontro tra chi magari pensa che essere in un fronte o in un altro aiuterà, prima o poi, a spartirsi l’eredità informativa, politica ed economica del soggetto radicale.

E’ qualcosa che sta montando e che, osservo, è capace di andare di pari passo con la pigrizia nello studiare e nell’analizzare quello che viene messo a disposizione on line tra documenti, tra audio e audiovideo che riguardano non solo l’iniziativa radicale ma anche il dibattito interno.

E’ l’apoteosi del verosimile e del “sentito dire”, dell’interpretazione personale di frasi ed argomenti riferiti, di testimonianze indirette, di presunzioni e di ipotesi fantasiose, di quello che viene fatto vedere (nemmeno si è capaci di scrutare da soli) dal buco della serratura.

Così, in questi giorni, letteralmente fioriscono, in quantità che non riuscivo ad immaginare, i digiuni e l’invio lettere aperte a quello che viene definito il “leader maximo” Marco Pannella e a Rita Bernardini, le richieste di Comitati straordinari, ipotesi di contro-dossier e, d’altra parte, per difesa rispetto a questo stato del dibattito (che è stato capace di raccogliere ed elaborare proprio all’interno la stragrande maggioranza degli stereotipi con cui i media preferiscono descrivere noi, la nostra storia e Marco Pannella) la, quasi necessitata, chiusura.

Si rifanno vivi “compagni” (con molte virgolette), al centro come in periferia, che non vedono l’ora di affibbiare le proprie delusioni personali ai radicali che, indubbiamente, può affermarsi non abbiano distribuito posti e prebende in quantità, anzi hanno sempre chiesto sacrifici economici e personali solo per la soddisfazione e la felicità di veder realizzato qualcuno degli obiettivi di riforma e mantenere standard di democrazia e di stato di diritto costantemente sopra una soglia di accettabilità minima, e che sono prontissimi a lanciare sottoscrizioni contro questo modo, asseritamente “anticapezzoniano”, di gestire la cosa radicale.

E’ una degenerazione (una generazione di altro rispetto ad un dibattito aperto, duro ma sano) che non mi entusiasma, anzi mi deprime, e che sottovalutavo per dimensioni ma che, eventualmente, si è costituita come una brace capace di resistere sotto la cenere.

Una degenerazione che rischia di far dare il peggio di se stessi anche alle persone più equilibrate tra i radicali.

Intuisco che anche questo sia il rischio storico che corrono i partiti aperti, realmente democratici e in cui le capacità e le doti carismatiche di tutti debbono continuare ad essere valorizzate ma che soffre di una contaminazione rispetto ad un’Italia che “non è uno stato diritto e non una democrazia” per cui i carismi rischiano, in certi momenti storici, di non essere selezionati in base ai fini rispetto ai quali divengono esplicitamente strumenti ma solo tal quali.

La tentazione, con cui sto facendo i conti, potrebbe essere quella della fuga o, peggio, dell’arroccamento nostro, cioè mio e di buona parte dell’attuale dirigenza radicale, idoneo in realtà ad ottenere, non per meiosi ma solo per rottura e sfascio, una fine prematura dell’esperienza radicale italiana organizzata; credo, invece, proprio ora si debba avere la sapienza di rilanciare.

Non mi nascondo che c'è un modo di stare assieme, radicale, che deve essere indagato; quello stesso che ha portato Marco Pannella a dover difendere il neo segretario Daniele Capezzone dalle accuse, immotivate, della “prima ora” e, oggi, invece ad alimentare, direttamente o indirettamente, da vicino o da lontano, suo malgrado, l'equivoco di Marco Pannella che divora i suoi figli di partito compreso il suo prediletto Capezzone.

Poiché di una cosa sono sicuro. Se è vero che uno o più leaders sono capaci di portare, nella durata, un gruppo di uomini e di donne ad essere squadra ed ottenere risultati vincenti è pur vero che un leader o un gruppo dirigenti sono resi tali, per le loro qualità positive o negative, e quindi vengono forgiati da quell'insieme, proprio da quel collettivo che si trovano a frequentare. E non può escludersi che nel modo di vivere, interpretare e definire il suo ruolo in Capezzone abbiano inciso, negativamente, in qualche modo e - io ritengo - magari progressivamente sempre più in difesa, sempre più nell'ossessione che dietro ogni critica si celasse un attacco e sempre più isolato e in modo diffidente, quegli attacchi gratuiti dei primi mesi di segreteria da cui Marco stesso ha riferito di averlo dovuto difendere.

Credo, quindi, si debba procedere non ad un dibattito qualsiasi o sgangherato come quello che sta emergendo in queste ore, ma - accanto alle iniziative politiche in corso che abbiamo, di già, incardinato nel paese - proprio a partire dalla Segreteria, dalla Direzione e –poi - dal Comitato di Radicali Italiani e del Senato Radicale, in vista del prossimo Congresso di Novembre, al tentativo di valutare, da una parte e seriamente, le attuali condizioni economiche ed umane e l’esito di una campagna iscrizioni mai perseguita sino in fondo, e dall’altra, ci si debba assumere l’onere di elaborare una seria e rigorosa proposta di riforma statutaria di Radicali Italiani.

Solo così magari si potrà tentare, con fantasia ed originalità, di concorrere ad evitare di consegnare definitivamente la storia radicale (che è poi quella del Partito d’Azione, della Sinistra Liberale, de Il Mondo, della Rosa nel Pugno), l’Italia e l’Europa, ai “nuovismi” che incombono o alla definitiva strutturazione, per i prossimi anni, di un’alternanza senza mai alternativa, che è insediata nel nostro paese, perlomeno dal fascismo in poi.


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permalink | inviato da socialradicale il 31/7/2007 alle 22:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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